martedì 24 maggio 2011

L'ALTRA OCCUPANTE

Era .
Era un secolo che non prendevo il notturno. Che non sentivo più quell’odore di grasso di rotaia ghiacciato nella notte, di polvere pungente, di pipi’ ed acqua sporca.
La nottata precedente l’avevo passata male. E questa si prospettava ancor peggiore.
Il sonno mi abbassava le palpebre, appesantendole, ed ancora il cuccettista e quella che sarebbe stata la mia compagna di viaggio non mi concedevano di riposare, finalmente, dopo una notte insonne. Perdevano tempo. L’uno con insignificanti controlli ai biglietti e l’altra con un fastidioso andirivieni per fumare.
 Fumava. Già.
 E la cosa mi infastidiva.
Stanca ero stanca si’. Di quella stanchezza che non è più stanchezza, ma dolore fisico e ottundimento del cervello.
La notte, per fortuna era mite, le serata era stata piacevole in città. Camminare per le strade ormai vuote per raggiungere la stazione mi aveva regalato un po’ di tranquillità e quella voglia di dormire che, sul notturno, se non ce l’hai, sei finita.
La mia compagna di viaggio, o dovrei dire,  l’altra occupante della cuccetta, per la precisione, aveva un viso spigoloso, ma al contempo amorevole, a tratti.
Era un’estranea e, come facevo di solito, la  guardavo perché sui treni ci si guarda, ci si scruta e si immaginano le vite degli altri.
Mi disse che non aveva sonno, che non era stanca e che sarebbe scesa prima di me. La sua stazione stava a circa un’ora dalla mia. Questa cosa mi aveva messo di malumore perché mi aveva fatto pensare alla levataccia dell’indomani per colpa di una spigolosa, amorevole estranea.
Dal suo modo di parlare capivo che era del Sud, come me.
Ma l’avevo già presa in antipatia e non le chiesi tutte quelle informazioni che, con malcelata indifferenza, estorco a volte per puro piacere cronachistico, o se vogliamo per morbosa socievolezza, ai miei compagni di viaggio.
Il treno era già partito da un po’ e le chiesi se, finalmente, potevamo spegnere la luce. Lei disse a malincuore di si, senza imitare almeno un po’ della mia grazia nel camuffare la mia antipatia verso di lei.
Lo spegnimento della luce lo decreto’: era ufficiale, ci odiavamo.
Il motivo non lo so.
La sua riluttanza a farmi passare una notte tranquilla non poteva esaurire tutte le motivazioni del mio odio verso di lei.
E’ che a volte tra le persone esistono delle voragini che le dividono ancor prima di conoscersi. Voragini le cui pareti opposte le puoi toccare con le mani, l’una di fronte all’altra ed accarezzarne le asperità. Altre volte, peggio ancora, queste contrapposte metà le puoi sentire con la mente, ed ugualmente ne senti i bordi e la distanza che intercorre fra l’una e l’altra.
Nonc’era alcun dubbio. Tra me e lei in quel momento ci stava un Grand Canyon d’antipatia e reciproca insofferenza.
Io con la luce spenta e lei con un cellulare acceso che emanava un raggio di luce che neanche fossero venuti a prendermi gli alieni.
Ma io l’ebbi vinta. Su di lei o su me stessa, non  lo so.
Crollai. Mi addormentai subito di un sonno profondo, come quei sonni fetali in cui il mondo crolla giù e tu sei li’ che dormi. Ma io non ero più nell’accogliente ventre materno e la prima (delle tante) volte che l’ “altra occupante” apri’ la porta dello scompartimento sul laido e fumoso corridoio del treno, mi destai.
Svegliata cosi’ bruscamente, ero talmente confusa ed inerme che avrebbero potuto scaraventarmi fuori dal treno attraverso il finestrino ed io non avrei opposto resistenza.
Fu una notte orribile.
L’ “amorevole occupante” entro’ ed usci’ più e più volte , apri’ e chiuse la valigia,  sali’ e discese la scaletta per il letto più in alto.  Credo che non lascio’ nulla di intentato per potermi descrivere in maniera cosi’ manifesta la sua strenua opposizione al mio sonno e, di conseguenza, a me.
Ora io mi chiedevo, al di là di tutto, cosa ci avessi visto di amorevole in quell’arpia vestita di normalità.
Forse mi era bastato il fatto che in quei pochi minuti di chiacchiere, prima di spegnere la luce, lei mi aveva chiesto del libro che avevo tirato fuori dalla borsa. Era un regalo di mia sorella, con una dedica che rimandava alla nostra passione comune per la lettura e per il mare.
Per un attimo aveva accomunato anche me e “l’altra occupante”. E niente più.
La mattina dopo lei discese dal treno, come previsto, un ‘ora prima di me, non risparmiandomi, neanche stavolta, il baccano e la sua sgraziata faciloneria nei gesti e nel parlare. No, non con me, col cuccettista col quale in una delle tante sortite fuori nel corridoio, evidentemente, aveva fatto amicizia.
Ebbe anche il coraggio di salutarmi. Forse, pensai, per essere sicura di avermi svegliato. Ma li’, come in un impeto che mi era mancato la sera prima e tutta la notte le dissi che era una maleducata e che mi aveva disturbato tutta la notte. Ed al suo schermirsi dietro al fatto di non aver avuto sonno tutta la notte, le dissi che in quel caso avrebbe dovuto prendere un posto a sedere e che, comunque era una questione di posto che si vuole avere nel mondo, nella vita e che lei, nel suo, quella volta, non  c’era stata.
Maleducata.
Da quel momento in poi, il gelo.
 Se lo avessi fatto prima, forse, mi avrebbe risparmiato la sua molesta “confidenza”.
Passarono dieci minuti sino all’arrivo a quella sua maledetta stazione.
Finalmente scese. Ed io, ormai sveglia, aprii la borsa per prendere il  mio libro. Che non c’era. Capii subito. Di scatto andai al finestrino, come per saltare giù dal treno e la vidi di spalle, l’amorevole occupante appassionata di lettura, con il mio libro nella mano sinistra.


2 commenti:

  1. Un bel racconto, complimenti. Molto efficace nel descrivere il fastidio di sentire gli altri riescano ad appropriarsi di parti della nostra esistenza attraverso gli oggetti. Mi ha ricordato "Vicini" di Raymond Carver.

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  2. il racconto mi piace, è interessante e ti da la sensazione di fame di sapere, voler sapere cosa accade dopo quindi molto valido. unica cosa che vorrei dire ma è del tutto personale è che ho vissuto il racconto come a scatti. cerco di spiegarmi. mentre leggo ho l'idea di percepire leggendo un qualcosa a scatti e non in modo fluido.. scorrevole...come guardare la foto prima in alto a destra poi in basso a sinistra e poi al centro ecc e non osservarla scorrendo...non so se riesco a spiegarmi......ripetoè del tutto un appunto personale, ma probabilmente è il tuo stile di scrittura. comunque complimenti Max

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