mercoledì 6 aprile 2011

ZIBIBBO

Il piccolo treno ad uno scompartimento fermava a tutte le stazioni.
Scomodo, il viaggiatore risentiva dello stridere dei freni e dell’altalenante loro andirivieni. La testa faceva avanti e indietro ad ogni fermata.
“Oh maledetto trenino!” penso la ragazza seduta vicino al finestrino, dalla parte del mare che leggeva un libro curioso e appetitoso: “ Zibibbo”.
L’uva dolcissima e bianca, quella con cui si fa il vino, ma anche quella che Rosa, che stava seduta di fronte, aveva mangiato mille e una volta alla tavola di nonno Peppino che ne andava ghiotto anche lui.
Nonno Peppino, come la maggior parte degli uomini classe 1915, sentiva fortemente la “sacralita’” del desinare, nell’ambito della famiglia e dei parenti.
C’era una bella differenza tra chi era ammesso alla sua tavola e chi no.
Ovviamente il non poter sedere a tavola con lui presupponeva gravi mancanze di rispetto (certamente nei suoi confronti) come i mancati auguri per il suo compleanno, il non ricevere, lui per primo, l’arancia più dolce, il non aver minestrato il primo piatto, o cose cosi’.
Insomma era un uomo classe 1915.
  I pensieri su nonno Peppino ogni tanto venivano bruscamente interrotti dal fragoroso sbattere, chiudersi e aprirsi e poi richiudersi della porta dello scompartimento, evidentemente rotta.
Questo forzato ritornare alla realtà distraeva Rosa che guardava di nuovo fuori dal finestrino. Guardava il mare luccicante di quando è quasi mezzogiorno. Un mare che sembrava sconfinato, piatto, azzurro che prometteva mondi lontani, e avventure e gente e vite diverse.
Bé, Rosa le vite diverse le viveva spesso, perché faceva l’attrice. Lavoro che poi lavoro non era, era più che altro una passione, coltivata, in fondo, proprio per questo, per interpretare tante sé stessa, quante ne aveva voglia lei, per avere il “passaporto” di esser lasciata essere sé; tutto cio’ che lei era o che doveva interpretare: la tenerezza, la furia, l’entusiasmo e l’indifferenza. Senza amputazioni o mutilazioni.
Per lei non era difficile o facile fare l’attrice, per recitare doveva solo trovare dentro sé stessa le tante verità che le convivevano dentro e farle uscire fuori.
Come quando sedeva alla tavola di nonno Peppino: lei era sempre degna del posto accanto a lui, come tutti gli altri nipoti, a dir la verità.
Perché un uomo classe 1915 con i nipoti si addolcisce più dell’arancia più dolce che trova nell’aranceto.
Di nuovo la porta.
Un sussulto di tutti. E di nuovo gli occhi vanno alla ragazza bionda che legge “zibibbo”.
“Ma che ci sarà scritto mai…” si chiedeva Rosa, troppo curiosa per natura, “forse le tecniche di coltivazione della vigna”, ma non sembrava un libro specialistico, non riusciva neanche a scorgerne l’autore.
Galleria.
Luci rotte.
Il buio concilia i pensieri che si susseguono, si accavallano e tornano a nonno Peppino. Spentosi come aveva vissuto, con stoica sopportazione della vita, era la vita stessa che aveva un debito con lui, e forse più d’uno.
Di nuovo la porta, stavolta fragorosa e maleducata.
E gli occhi di Rosa di nuovo sul libro.
E sui ricordi. Quanta uva zibibbo aveva mangiato con nonno Peppino, chili, forse quintali.
E lui ci metteva anche il suo mezzo bicchiere di vino, rigorosamente dolce, con qualsiasi pietanza.
 Un uomo classe 1915 che non se ne intendeva molto di vini.
Addolciva tutto per addolcire la vita, forse?
Rosa non voleva ricordare i fatti tristi, perché lui non lo era, era una colonna e sorrideva, scherzava e andava fiero di come – almeno in questo- la natura fosse stata benevola: un uomo classe 1915 che dimostrava almeno 15 anni di meno.
E ne andava fiero, eh si, se ne andava fiero: fisico scattante e mente lucida. Che sia stato tutto quel dolce che mangiava?
Il treno si ferma. Un guasto forse.
E i pensieri pure. Si aspetta.
E poi il controllore con indifferenza annuncia i gentili viaggiatori che i tecnici sarebbero arrivati chissà quando e chissà da dove, che potevano gentilmente scendere, insomma, perché il treno non si ripara.
Rosa è sconsolata, ma è rassegnata, va tutto cosi’, e poi, ultimamente interpreta una donna che sta facendo pace con la vita.
Ormai è l’ora di pranzo, ma nella stazione è tutto chiuso.
Si siede e aspetta, non sa cosa.
Rimane cosi’, un po’ guardandosi intorno. Non passa nessuno. Né treni, né cristiani, neanche un cane.
Ad un tratto, pero’, attraversa l’unico binario col cuore pieno di sorpresa ed incredula tenerezza.
Dalla parte del mare, un vigneto d’uva bianca raggiungibile a piedi.
Cosi’ Rosa l’attrice, stanca e affamata, pranza ancora una volta alla tavola di nonno Peppino classe 1915, con un grappolo d’uva zibibbo e con gli occhi pieni di lacrime.

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