martedì 5 aprile 2011

VERSO UN SORRISO

VERSO UN SORRISO
Quando Tamara lascio’ l’albergo in centro, il taxi l’aspettava già da un po’.
“Il tassametro gira, Signo’ ” disse il tassista senza muoversi dal posto guida.
Lei ricordava bene questi tizi e il loro modo di fare a volte simpaticamente invadente.
Oggi lo percepiva solo fastidioso.
Non aveva bagagli, li aveva spediti il giorno prima per poter avere più facilità nell’accudire, anche sul treno, la sua bambina di tre mesi.
Tamara andava alla Stazione Termini. Era diretta al Sud. Una sua cugina l’avrebbe ospitata finché Diletta non fosse stata abbastanza grande lasciandole il tempo di lavorare.
Per una russa che viaggiava per l’Italia, il lavoro era sempre quello: donna delle pulizie, badante, cameriera ben che andasse.
Tamara, anche lei, scappava dalla fame. Anche lei laureata in sociologia     e antropologia, figlia di un funzionario d’Ambasciata.
Suo nonno , di cui ancora conservava un piccolo dipinto, era un Ussaro. L’immagine lo ritraeva in alta uniforme rossa, con bottoni e alamari e decorazioni tutte dorate.
Tamara amava dire che discendeva dai Romanoff, si quelli trucidati durante la rivoluzione d’ottobre. Non si sa. Nessuno avrebbe mai saputo se era vero o no.
Ma poi, a chi importava se una bella ragazza russa con una piccolissima bambina al seguito, che cercava lavoro da sguattera, discendeva dalla casa Reale russa, di cui probabilmente le signore italiane, presso cui avrebbe dovuto prestare servizio, non ne avevano più memoria.
Ma, verità o no,Tamara entrava in Stazione con incedere elegante, con passo lungo, portando le magrissime gambe una davanti all’altra come una modella.
Magra, nonostante la recente gravidanza, portava in braccio la piccina con amore materno, ma con fiera compostezza.
Il viso di Tamara era piccolo, i lineamenti belli e regolari, gli occhi espressivi, verdi, quasi trasparenti e allungati, esotici.
In lei la Russia si era espressa nelle forme e fattezze migliori.
Peccato che la sua patria, oltre a quell’aspetto regale, non poteva darle più niente, né un lavoro, né cibo, né benessere.
Per questo anni prima era partita per l’Italia, dove per un po’ aveva fatto la modella, a Milano.
Poi aveva conosciuto il padre di Diletta che, a farla breve,  venuto a conoscenza della gravidanza, ebbe un improvviso impeto di sincerità e le disse di aver moglie e figli e di non avere nessuna intenzione di occuparsi di Tamara e del nascituro.
Anzi, che le avrebbe pagato tutto il necessario per andare a stare al Sud, dalla cugina, per vivere li’ con la bambina.
Ed eccoci cosi’ alla Stazione Termini.
Luogo di incontri, di incroci di vite. Di storie. Tristi, sbagliate, impegnate, ingarbugliate, felicemente caotiche, a volte. Dove si passava l’uno accanto all’altro senza guardarsi negli occhi, senza conoscersi o volersi riconoscere.
Tamara la guardavano ma non la riconoscevano.
Vedevano una bellissima donna dell’est, esile,dal bel portamento. Ma nulla più.
Non era un posto dove si metteva in gioco la vita, anzi la si ritraeva. La tua vita non poteva intrecciarsi con la mia.
E dire che era uno dei luoghi di più intensa umanità.
Se quelle stesse persone Tamara le avesse incontrate ad una festa, si sarebbero parlati, avrebbero scherzato, le avrebbero chiesto il numero di telefono.
Ma in questo caso Tamara viveva lo stesso destino di molti italiani.
La Stazione Termini era il simbolo dell’alienazione di molti, chiusi nel loro guscio dentro la loro città.
Incapaci di interagire con gli altri che guardavano si, ma non si riconoscevano tra loro come simili.
In questo senso il Sud era diverso, le avevano detto.
Specie i posti piccoli.
Sua cugina le aveva detto di trovarsi bene a Racasini, di conoscere un po’ tutti, specie perché c’era una piccola comunità di gente dell’est.
Certo, tutti, specie le donne, laureate,  pulivano condomini, case, badavano ai vecchi. Ma tutto sommato andava bene cosi’.
Gli italiani erano un popolo accogliente, ma diverso, troppo diverso.
 Gli uomini ti raggiravano, falsi e traditori. Le donne comandavano e viziavano i figli.
Questo sintetico riassunto le aveva fatto Luda, sua cugina. Anche lei, forse, vittima di un “vitellone” locale.
Tamara, salita sul treno si sistemo’ accanto ad una signora di mezz’età con i capelli rossi, occhiali da vista verdi che divorava una rivista di gossip, di quelle che si trovano dai parrucchieri.
Il treno era pieno e il viaggio abbastanza lungo.
 Diletta stava sul seggiolino comprato con i soldi con cui il suo papà aveva comprato il silenzio di sua madre.
Un’altra signora anziana seduta di fronte occhieggiava alla bambina.
Ecco dimostrata la teoria di Tamara: il posto diventa più piccolo e la gente comincia a “riconoscersi” come simile.
La bambina aiutava, certo, ma succede sempre cosi’.
La signora dagli occhiali verdi aveva messo via anche il giornale e sorrideva alla madre e alla bimba. L’altra signora anziana le accarezzava le manine. Chiedevano a Tamara come si chiamasse.
Due ragazze si alzarono dai loro posti ed ormai stavano in adorazione della piccola e di ogni suo respiro. Diletta stava li’, sul suo piccolo “trono” con l’umanità che, fino a poche ore prima incrociata in stazione, ora la riconosceva, la vezzeggiava, le sorrideva.
Tamara sapeva che il sorriso è la prima forma di riconoscimento tra simili.
E sapeva anche che dove stava andando l’avrebbe attesa un sorriso.
Quello del cuore di che si riconosceva tutti i giorni, perché si incontrava tutti i giorni.
La Russia questo sorriso non glielo aveva regalato. Ma sua figlia, nata in Italia, figlia di un italiano e italiana, quel sorriso l’avrebbe conosciuto bene e avuto dentro anche lei. Come gli Italiani.
Ormai Tamara e le signore chiacchieravano amabilmente. E cosi’ “vicine” parlavano delle loro vite.
Ecco gli incroci, ma stavolta erano intrecci, perché ci si guardava negli occhi, ci si sorrideva, le signore annuivano; come fanno tutti gli italiani.
Scendevano quasi tutte alla stessa stazione e Tamara aveva trovato promesse d’aiuto, di contatti per lavorare, di regali per la bambina.
E’ piccolo il posto. Si va a Sud.
Sorrisi, incontri, intrecci di vite.
Diletta si sveglio’. Piangeva. Aveva fame.
Tamara la avvicino’ al suo seno nudo con gesto naturale ed antichissimo.
La bimba si calmo’. E le signore una alla volta arrivarono alla loro stazione.
Tamara sorrideva. Dentro. Per cio’ a cui andava incontro Diletta.
 Quello era il suo primo viaggio e si dirigeva verso un sorriso.
Il treno si fermo’ a Racasini. Tamara allattava ancora.
La bambina era addormentata al seno materno. Nell’estasi di nutrimento e amore.
 Ma Tamara sembrava anche lei addormentata.
Il treno arrivo’ al capolinea.
Il controllore cerco’ di svegliare Tamara a cui una farfalla aveva chiuso gli occhi e la bocca per sempre, con una bambina italiana in braccio.
Erano immobili, come in un quadro, nella rappresentazione della sacralità di maternità e morte.
Era l’ultimo viaggio di Tamara ed il primo di Diletta.
Per entrambe fu il viaggio verso un sorriso.

Nessun commento:

Posta un commento