mercoledì 6 aprile 2011

QUELLO CHE HO PERSO

Il treno che ho perso la mattina del 29 novembre 2009 mi segno’ la vita per sempre. Non so se in bene o in male, perché i bivii sono tali proprio perché imbocchi una strada e non saprai mai dove ti avrebbe portato quella che non hai scelto.
Il problema fondamentale, pero’, è che io non avevo “scelto” di perdere il treno. E’ capitato.
E non credo nel destino, nelle strade già segnate, nei disegni divini.
 Semmai credo negli orologi, quello si, e nei ritardi, ed in una bambina che ti fa perder tempo.
Si, mia figlia Federica, che quella mattina non voleva proprio sbrigarsi.
Federica è una bambina di 6 anni, brunetta, con la frangia, fisico minuto, come il mio, occhi scurissimi e vispi, risposta sempre pronta quasi a rasentare l’impertinenza.
 Anzi, no è proprio impertinente, e se lo dico io che sono sua madre è vero.
Fede frequenta la prima elementare con grande profitto: sono orgogliosa di lei, è originale, intelligentissima, sensibile –anche troppo, e spesso parla da sola.
Non lo considero un problema, non ha fratelli, non ha padre, ed è un vulcano, credo sia quasi normale parlare da soli in questi casi.
Ma ha 6 anni e non ha il benché minimo concetto del tempo.
E, infatti, abbiamo perso il treno.
Pur avendo svegliato Federica all’ora giusta, lei, a pochi minuti dall’uscita da casa, cincischiava con i suoi piccoli giocattoli, libri, peluches.
Ma è normale, è una bambina. Ed è la mia vita.
Specie da quando suo padre se ne è andato: doveva vivere la vita, mi ha detto. Boh? Ma quale vita? La sua vita era Federica, ormai, come lo era per me.
Lui girava il mondo, ogni tanto tornava con un regalo esotico e nulla più.
Federica lo amava lo stesso, come il pulcino che, quando esce fuori dal guscio segue chiunque si trovi li’ nei paraggi.
Federica avrebbe potuto amare un gatto o un cane, o venerare un Caravaggio se glielo avessi messo dinanzi alla culla. Se lo avessi avuto, beninteso.
E quello era un altro treno che avevo perso, non perché avevo fatto ritardo, ma perché era proprio partito senza aspettare nessuno, di notte, come i ladri, come i vigliacchi.
Lasciandomi sola con Federica.
Il treno era perso, quello vero intendo, quello che sta sui binari e non si muove, basta salirci sopra e ti porta dove vuoi andare. Che sicurezza. I binari. Non si spostano. Paralleli. Ben conficcati nel terreno. Anche in galleria. Non c’è paura.
La paura che la nostra vita potesse deragliare dopo quell’abbandono. E invece no. Io e Fede siamo rimaste sui binari.
Ma quella volta, capperi, l’avevamo perso.
Come io avevo perso la memoria delle cose belle, chissà se anche Federica, cosi’ piccola, non ricordava più le cose belle della nostra vita ante-vigliacco.
Perdere la memoria è una cosa brutta e umiliante per sé stessi.
Il medico mi aveva detto che era lo stress del momento. Ma io mi sentivo indifesa e maledettamente perdente.
Pure questo mi aveva lasciato il treno vigliacco che se ne era andato lasciandomi sola sulla banchina con la bambina in braccio?
I miei pensieri viaggiavano spesso a come sarebbe stato se, come avrei fatto se…ma solo una cosa è vera: è il treno che ha deciso di andarsene. Punto.
Ed ecco un altro treno che va via, ma stavolta è colpa nostra. Abbiamo fatto ritardo.
Dal medico, pero’, ci dovevamo andare comunque. Avevamo un appuntamento per la visita di Federica.
La bambina soffriva di sincopi, sveniva, cosi’, all’improvviso, senza un perché.
Altra fonte di preoccupazione.
Le cose che accadono senza un perché faccio difficoltà ad accettarle, perché ho l’ansia del controllo. Specialmente su di lei.
So che è una cosa sbagliatissima. So che potrei non farla crescere serenamente.
Ma quando lei sviene mi sembra di morire. Vorrei morire pur di non vederla cosi’.
Il treno è partito senza di noi, quello della tranquillità.
Comunque dal medico bisogna andare, per forza.
Alla stazione, con Federica per mano, vestita di un cappottino rosso ed un cappello bianco di lana con un vanitoso fiore sulla fronte, cercavo qualcosa, qualcuno per risolvere la situazione.
Uscimmo fuori dalla stazione, nella Piazza, per informarci del tragitto degli autobus.
Niente, nessuno sapeva niente.
Nessuno sa mai niente!!
Glielo devi spiegare tu cosa hai perso, quel treno, cioè, che cosa significava per te, e che ne devi prendere assolutamente un altro.
Federica era stanca, la misi a sedere su una panchina, mentre io mi affannavo a cercare una soluzione e, soprattutto ad avvertire il medico che avremmo fatto ritardo. Di aspettarci.
Come era importante che ci avrebbe aspettato!
Il prossimo appuntamento sarebbe stato troppo lontano nel tempo.
A volte ti senti pronta alle prove che la vita ti riserva, ma ci arrivi in ritardo.
Come il treno che non ti aspetta.
Dopo aver cercato, inutilmente una soluzione, mi avvicino a Federica, per controllarla.
Lei, come dovevo aspettarmi, chiacchierava con un ragazzo.
Troppo socievole, pensavo, beandomi, pero’ di questa figlia ai miei occhi eccezionale.
Lei, uno scricciolo di 6 anni, da poco al mondo, e sicuramente senza punti cardinali, né bussola, mi “presenta” un tizio che, a ben vedere, aveva tutta l’aria di un viso conosciuto.
Lei mi dice: “Mamma, lui ha la macchina!”
Ed io, prendendola per mano e tirandola a me: “Federica, lascia stare il signore!”
Il signore in questione era un mio ex compagno di scuola che mi dice “come, non ti ricordi di me?”.
Maledetto treno che ti sei portato via la mia memoria.
Rifatte le presentazioni di rito, quest’angelo, venuto chissà perché, come, e da dove, si offre di accompagnarci.
Di solito non accetto passaggi da persone sconosciute, ma visto che in effetti, anche se io l’avevo cancellato dalla mia mente, non era sconosciuto, era un mio compagno di scuola – salito sul treno dell’oblio – accettai con piacere.
Federica era al settimo cielo, non perché volesse andare dal medico, ma perché aveva gestito l’operazione “trovare il passaggio” in maniera efficiente.
Il nostro “salvatore” si chiamava Roberto.
Belloccio, pensai, deve essere cambiato molto dai tempi della scuola.
 Alto, con i capelli castani e gli occhi dolci. Mani grandi che danno sicurezza, come i binari del treno. Oggi era lui il nostro treno.
Era distinto, gentile, attento, quasi un uomo “d’altri tempi”.
Apri’ lo sportello della macchina a Fede, che si senti’ come la reginetta che va al ballo delle debuttanti, e lo apri’ anche a me, che fui discretamente colpita da tanta galanteria.
Ah, pero’, pensai. Ma questo qui non è uno che si dimentica facilmente. E partimmo.
Io durante il viaggio non feci altro che ringraziarlo con profusione di scuse e promesse di rimborsi e simili stupidaggini che in quel momento di imbarazzo, ma di gratitudine riuscivo a pronunciare.
Lui mi ascoltava e dava poco conto ai miei tentativi, molto goffi, di ricambiare in qualche modo la sua gentilezza.
Era Federica che lo incuriosiva e divertiva, sin da quando si erano conosciuti sulla panchina. Ed avevano iniziato a raccontare una favola o un gioco…
Roberto le aveva detto di essere un Supereroe.
Figurarsi quel diavolo di bambina, come poteva aver acchiappato al volo la possibilità di volare con la fantasia.
Lei gli faceva mille domande. E lui paziente, divertito e, devo dire fantasioso, rispondeva con la prontezza di uno che Supereroe lo è veramente.
Le raccontava di non aver paura della “criptonite”, di non aver paura di nulla o quasi.
Certo, del terremoto si, Federica, anche dei rapinatori, Federica.
E della tristezza, e della malinconia.
E, allora, chiese lei: “Che Supereroe sei?”.
 “Un Supereroe senza poteri” rispose Roberto candidamente.
Fede resto’ per un attimo basita. Ma poi, questa scoperta, cioè che potessero esistere i supereroi senza poteri l’aveva incuriosita ancor di più.
E poi lui era simpatico, divertente e le raccontava le storie di questo Supereroe un po’ goffo e sbilenco che viveva una vita normale, normalissima, ma fatta di tanti “salvataggi”, come il nostro, e di sorrisi.
Perché un Supereroe deve saper sorridere.
E se ti vede alla Stazione, Fede, tu sola con la tua mamma, ti prende con la sua super macchina e ti porta subito dal medico.
Ma questo non è un Supereroe, Roberto! Fa Federica, con l’aria di chi la sa lunga.
 E invece si, dico io, anche se non ha i poteri Roberto è un Supereroe.
Roberto ci accompagno’ dal medico e aspetto’ li’ che Federica venisse visitata.
Io non credo nel destino, nelle strade già segnate, negli incontri predestinati. Credo come dicevo, negli orologi ed ora anche nei treni.
In quei treni che ti aspettano, che non vanno via come vigliacchi nella notte, nonostante le lancette che girano.
Adesso io, Roberto e Federica viviamo insieme da un anno.
Federica non parla più da sola e sembra serena, io sono felice perché ho trovato il mio Supereroe senza poteri, e viaggiamo spesso. In treno.

1 commento:

  1. Che meraviglia... Mi è sembrato per un attimo di ascoltare, leggendo, quella storia a lieto fine che mio padre non mi raccontò mai.. Sei fantastica e il destino, gli orologi e i treni, l'hanno ben capito.

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