venerdì 8 aprile 2011

LITANIA -esercizio di stile

La bizzosa famiglia accanto a me si agitava di gridi di bimbi. Due, uno più grande ed una piccina che avrà avuto neanche due anni.
Giocavano e ridevano nel rumore sferragliante che ci accompagnava, tutti, sulla littorina.
Un altro giorno di sole.
Di quelli che quando inizia cosi', qui da noi, a mezzogiorno non sai dove devi nasconderti.
La piccina aveva un sorriso felice e malizioso. Lui, il bambino, dell'età di circa sei anni, la prendeva in braccio grossolanamente, con movimenti sbilenchi, ma non la faceva cadere. La faceva ridere raccontandole storie di mostri e di draghi, facendole il solletico, come solo un drago sa fare.
La bimba correva ad accucciarsi tra le braccia di sua madre  e affondava il viso nel collo di lei.
Come é sempre uguale e spontaneo questo gesto di ricerca di sicurezza: l'odore di mamma. Forte, inconfondibile, inebriante. E' capace di tutto, dei miracoli perfino, di cantare una ninna,, di far passare una bua, di rasserenare giochi sfrenati.
La bambola, il tempo di scrivere queste due righe, e di girarmi verso di lei, già dormiva. Una manina si toccava il collo, per vezzo, come tanti  bambini che quando allattano al seno, occupano una mano ad "esplorare" la mamma: le toccano l'orecchio, il collo, le labbra e poi trasferiscono su di sé questo gesto ripetitivo, che dà sicurezza.Lo scandire del tempo e dell'affetto
L'altra manina stava abbandonata in posa plastica d'abbandono. Il suo corpo, sprofondato nel sonno, la sua anima, smettevano quasi di vivere, per lasciarsi contemplare meglio, piccola statua.
Mi ricordava le pose di quotidianità dei  morti di Pompei a cui ridiedero forma i calchi di gesso.
Era bella come la morte subitanea che ti lascia impresso l'ultimo attimo di vita.
E sua madre non la teneva stretta a sé come uno di quei piccoli fagottini da proteggere.
La teneva adagiata sul suo corpo come la Madonna che teneva Cristo morto tolto dalla Croce. Anche lei, in un atteggiamento di abbandono quasi totale, con le braccia abbandonate e semi aperte. Con lo sguardo fisso a guardare oltre le pareti del treno, a fissare l'infinito o il finito dei suoi pensieri.
Guardavo, dietro di loro, dal finestrino, il luccichio del mare, e mi piaceva pensare a questa "Madonna consolatrice" che viene portata in processione su una barca, che scivola sul mare piatto dei primi di settembre.
Il bimbo restava ora immobile, ogni tanto chiedeva l'orario. La madre, stancamente, gli ripeteva l'orario d'arrivo.
Questa donna era una litania d'amore e di certezze.
Lo stesso calmo tono del suo odore di mamma aveva fatto addormentare i suoi figli.
Il treno si fermo', si attese per farne passare un altro. E due "contenitori" di vite si sfiorano. Chissà se nell'altro treno c'erano altre mamme in pose caravaggesche da celebrare.
La bambina dormiva ancora, le stazioni passavano veloci, e lei, sua madre, le dedicava ogni tanto uno sguardo d'amore, fatto di quotidianità e di certezze. Di ripetizione, sempre, degli stessi rituali.
I bambini sono circondati, accerchiati da questo.
Anche Bruno, il figlio più grande ne era l'esempio. Pur annoiandosi, tranquillo ascoltava le rassicurazioni sull'orario d'arrivo che la madre, ripetitivamente gli sussurrava, senza mai stancarsi.
E lui si zittiva, perché sapeva che era cosi'. Perché bastavano gli sguardi e lui capiva che sua madre gli aveva detto la verità. Che mancava poco. E allora lui si dilettava in gliochi di parole. Ripeteva meccanicamente l'alfabeto.
Aveva imparato, lui solo, una litania di certezza, per str buono, per sapere che era tutto sotto controolo. Imitava sua madre.
Ogni tanto dimostrava segni d'impazienza, ma lei, sua madre, lo carezzava con gli occhi, come accarezzava la piccola in braccio in posa scomposta.
Il treno stava ormai per arrivare. Bruno, madre e sorella sarebbero scesi ed incontro al loro destino, avrebbero avuto la certezza della ripetizione continua delle parole, dei sentimenti, delle litanie che portano pace nel cuore e forza nell'animo.

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