martedì 5 aprile 2011

IL CIRCO BIZZARRO

La banchina della stazione non era stata mai calpestata da tanti piedi contemporaneamente. C’erano voluti pure i due vigili, mandati dal Comune, per dar forma ed ordine a quella teoria di saltimbanchi, scimmie nane, trapezisti, domatori e ancor di più che doveva prendere il treno delle 7.15.
Era il treno più affollato, di solito, quello degli studenti e degli insegnanti, ma anche di frotte di indiani coi coloratissimi turbanti.
E poi c’era il solito Domenico “il pazzo dei treni” che praticamente sul vagone ci viveva; era, per cosi’ dire, un controllore ad honorem, con tanto di cartellino attaccato alla giacca, “conferitogli” da qualche buontempone di capostazione.
Domenico controllava i biglietti con gran serietà, forniva informazioni sempre puntuali sulla tratta, quella che lui percorreva, di circa dieci Km da Ricena a Giraci, andata e ritorno, più volte finché non si faceva l’ora di pranzo. E poi tornava a casa, solo, si vicino al fratello con moglie e figlio, ma sempre da solo.
Tornando alla confusione in stazione, il capostazione, i vigili, ed anche Domenico, cercavano di agevolare la salita sul treno di tutti quegli strani  soggetti, anche a costo di lasciar fuori tutti gli altri.
Eh si, perché la gente di Giraci ormai ne aveva avuto abbastanza di una settimana di Circo Bizzarro.
Mai nome fu più appropriato per un circo ‘di tradizione di fasti e splendori’, cosi’ diceva la locandina.
In realtà era il circo meno ortodosso e più onirico di tutti i circhi del mondo.
Figurarsi che i paesani avevano messo lo zucchero nei serbatoi delle roulotte.
Che buontemponi!!
Ecco perché la strana cricca aveva dovuto prendere il treno, il resto della struttura l’avrebbe portata il camion.
Insomma, grazie alle forze di sicurezza all’uopo spiegate, di cui si diceva, faceva parte anche Domenico, ‘sti circensi salirono in vettura.
Stipati nel vagone malandato, si portarono dietro una scimmia in tutù rosa, un cane che non la smetteva mai di abbaiare e colombe che facevano la cacca ovunque.
Domenico era eccitatissimo perché, evidentemente, il controllore, che non aveva nessuna voglia di avere a che fare con i circensi, gli aveva conferito il comando dell’operazione: gestire il Circo Bizzarro per i soliti dieci Km in cui Domenico di solito esplicava la sua competenza.
Domenico osservava.
C’era una donna grassa e unta con i capelli lunghi, neri e anche quelli unti, vestita di un largo camicione color argento a stelle blu. Stanca, dormiva.
 Doveva essere di certo la donna cannone, penso’ Domenico; non rammentando che quando lui era andato a vedere lo spettacolo, di cannoni non ce n’era manco l’ombra.
Ed in effetti si trattava dell’ ammaestratrice di colombe che, poiché dormiva, avevano invaso tutto lo scompartimento e non davano nessuna impressione di voler piegarsi al suo volere.
Lei, l’unta e bisunta, faceva anche la bigliettaia.
Si sa, nei piccoli circhi, seppure “di gran tradizione”, tutti dovevano fare tutto.
Questa è la legge dello spettacolo.
Seduta vicino a lui c’era una creatura sottile ed amabile, con gli occhi grandi, celesti e pieni di tristezza. Bionda, con i capelli legati dietro a crocchia. Le gambe lunghe e sottili nella calzamaglia rosa da ballerina. Anche le mani aveva magre, e le dita da pianista.
Doveva essere la figlia della donna cannone, un po’ le rassomigliava e la ricordava nei tratti, ecco “nei fasti e negli antichi splendori”, come il circo Bizzarro.
La ballerina guardava insistentemente alla sua destra.
Li’ c’era seduto un ragazzone alto, con i capelli rasati e gli occhi verdi; era il domatore, di cani.
Non ridete.
Di questi tempi tra crisi e ambientalisti, un leone non si trovava neanche ad andare direttamente in Africa a prenderselo.
Quindi il bellimbusto insegnava a questi cani, otto per la precisione, a fare rete con un pallone, in uno pseudo campo di calcio, quattro da una parte con mutanda, pardon, pantaloncino verde, quattro dall’altra con pantaloncino giallo.
La ballerina lo guardava rapita in estasi, si intuiva che pendeva dalle sue labbra.
Anche un matto come Domenico lo capiva che lei era innamorata di lui.
E chi più di un folle puo’ capire l’amore?
Non aveva capito pero’ se lui ricambiava, la guardava, si, con sguardo fiero, come quegli uomini che hanno sempre bisogno, per sentirsi importanti e forti, di qualcuno che li adori, per far star zitta quella voce che hanno dentro e che gli dice: non vali niente!
Ecco, la ballerina come i cani.
Il domatore, pero’, chiamiamolo cosi’, sfidava le sue possibilità.
Guardava con insistenza la trapezista, che era anche contorsionista e addetta ai pop corn.
Non alta, bella di una bellezza quasi esotica, scura, dagli occhi intriganti, capelli lunghissimi e, manco a dirlo, corpo sinuoso e flessuoso.
Lui la cercava con gli occhi smanioso, guardando un po’ lei, un po’ la ballerina.
Era evidente che giocava con troppi assi in mano, il farabutto.
E, sicuramente, pensava Domenico, i suoi sogni notturni erano animati dalla trapezista, la quale sapeva calibrare gli sguardi, la loro intensità e durata per farlo cuocere a fuoco lento.
Bé, c’era una sostanziale differenza fra le due donne:
la ballerina si struggeva d’amore, un amore romantico e incondizionato; la trapezista era consapevole della sua femminilità e, in fondo, aveva molte frecce al suo arco: il domatore poteva aspettare.
Ma tu guarda quante cose aveva capito Domenico!
Eh già. In questo era allenato: quando sei il pazzo del paese tutti ti conoscono, tutti sanno chi sei, tutti ti guardano, ma nessuno ti vede e nessuno ti parla.
E allora Domenico, senza discorsi tra i piedi si era esercitato a capire le parole degli sguardi.
E il suo sguardo si poso’ sul clown, o quello che doveva essere il clown, col vestito di scena, ma senza trucco.
Aveva il viso di un dittatore iraniano, ma senza bombe, senza cattiveria, solo infinita tristezza.
Domenico capi’ che era il marito della donna unta delle colombe, perché lei lo comandava con lo sguardo, come faceva con le  colombe.
Era l’unico che non parlava, che guardava fuori dal finestrino; rapito, o meglio in cerca d’evasione. Forse le risate erano per lui diventate una gabbia, né dorata, né di ferro, ma gabbia del cuore i cui cardini non si allentavano neanche quando, a comando, faceva ridere i bambini.
 Il clown faceva anche le foto, dopo lo spettacolo, agli spettatori che volevano essere immortalati con la scimmia ballerina. Sempre la stessa foto, sempre la stessa scimmia, sempre lo stesso sfondo…anche la gente sembrava sempre la stessa, anzi, ormai il clown ai visi non ci faceva più caso; erano come delle sagome bianche che riflettevano i limiti di quel tendone, fatto non di stoffa, ormai, ma di pietra.
Domenico, dopo aver controllato i biglietti di tutti, si sedette con loro e, tra chiacchiere e giochi di parole, oramai se li era fatti amici.
Pensava che, dopo tanti anni, quello era il posto più normale che gli era capitato di frequentare.
Né il paese indifferente, né far finta di controllare i biglietti ( perché lui LO SAPEVA che faceva finta!!) e men che meno i ricoveri in ospedale, gli avevano dato quella sensazione di accoglienza e giocosa familiarità.
Il viaggio di Domenico volgeva al termine, ma arrivato alla stazione di Giraci, un piede sul predellino del treno, con il cappello a cilindro e la giacca da capostazione, urla ad un passante: “Dite a mio fratello Giuseppe che non torno: mi hanno fatto Direttore del Circo!!”

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