martedì 5 aprile 2011

IL BAR DELLA STAZIONE

Ascanio aveva circa cinque anni quando si trasferi’ con mamma, papà e tre fratelli da Milano a Roccaseri. Un paesino del profondo sud dimenticato da Dio e da tutti.
Per arrivarci aveva dovuto affrontare un’interminabile viaggio in treno dove i viaggiatori, che davano l’idea d’esser già stanchi ancor prima di partire, sembravano figure disegnate, immobili su quelle quinte a fare i mimi di una vita rassegnata e spenta.
Ascanio, invece no, lui ci giocava su quel treno, meraviglioso luogo di magia, dove la sua già fervida immaginazione animava giochi di draghi, cowboy, cacciatori, donzelle da salvare e castelli.
Bastava solo guardare fuori dal finestrino e lo spettacolo poteva avere inizio. Voglio dire la scenografia c’era, lui ci metteva tutto il resto.
A dir la verità, Ascanio non era un bambino come gli altri, neanche come i suoi fratelli. Era dotato di grande intelligenza e creatività, per questo non si annoiava mai.
Aveva iniziato a contare presto, per intuito, a distinguere i pari dai dispari. E, la cosa strabiliante, era che coi numeri ci giocava e ne riconosceva la forma, prima che il valore, e li animava come soggetti veri.
Stessa cosa con le lettere, solo guardando i suoi fratelli e i libri, aveva imparato  a scrivere i segni grafici di cui poi, chiedendo un po’ in giro, ne aveva ricollegato i suoni.
Era diventato cosi’ bravo che ormai non solo leggeva, ma lo faceva girando il libro al contrario perché nella maniera “giusta” si annoiava.
Arrivati a destinazione furono accolti in pompa magna dall’assessore Gambardella e moglie, vari altri notabili del paese, nell’attesa che il sindaco – in persona – consegnasse le chiavi dell’alloggio al papà di Ascanio, rappresentante temporaneo del Governo proprio li’ a Roccaseri.
Situazione, questa, noiosissima per il nostro piccolo eroe che si rese subito conto, pero’ che avrebbe abitato niente meno che in Piazza Stazione!
Senza dire niente a nessuno, scese le scale velocemente –abbastanza velocemente- per via di qualche chiletto in più- con pantaloncini e maglietta a righe.
Attraverso’ tutta la piazza a passo svelto e, nell’afoso pomeriggio, il rumore dei suoi sandali di cuoio risuonava rimandando intorno le tonalità perfette del suono, come se si trovasse al centro di un teatro greco.
Eccola! Finalmente.
Con gli occhietti furbi e sgranati si fermo’ a guardare la piccola, ma dignitosa stazione del paesino sperduto del sud.
Fece un’entrata trionfale, senza tema né paura, come i cavalieri, e trovo’ a sinistra la biglietteria, chiusa, diritto davanti a sé c’erano i binari, due. A destra c’era lo stolido baretto dove avrebbe passato tutta l’estate in compagnia di un’umanità varia che lo avrebbe accettato e accolto come in una strana famiglia.
Alle cinque montava il capostazione, Toto’, non prima perché al sud il dopopranzo è sacro, per via della pennica.
Il primo incontro che lo segno’ per tutta la vita fu proprio con lui, il capostazione Toto’ che indossava la metà della divisa perché giu’ faceva caldo e “ la giacca non si resiste, picciricchiu”, come diceva lui e prendendolo per la mano se lo porto’ al bar della stazione per offrirgli una limonata e presentarlo uffialmente ai proprietari e agli avventori abituali.
Ascanio sentiva di vivere in un sogno. “Essere amico del Capostazione, perbacco!”, come se anche lui fosse stato accolto da un notabile del paese, come papà.
E poi c’erano i treni. Due al giorno.
Quindi Toto’ non è che lavorasse molto. Pero’ aveva un compito fondamentale: far suonare la campanella di avviso quando passavano i treni in transito per fare in modo che chi occupava la banchina si spostasse.
Ecco qui.
Quindi anche Toto’ era felice che ogni santo giorno Ascanio si presentasse ormai con sempre minor timidezza alla stazione.
Il resto del tempo- cioè quello intercorrente tra il suono delle due campanelle- lo trascorrevano al bar.
Un bugigattolo che vendeva di tutto, dai giornali, alle sigarette, al sale ,ai biglietti per le tratte brevi (eh, certo la biglietteria era chiusa), ai film porno, ai profumi, oltre naturalmente a servire caffè orribili e le famose limonate.
Ascanio ne prendeva una al giorno: la “scirubbetta” come diceva Toto’. E se la sorseggiavano come due vecchi amici seduti alla panchina dentro la stazione.
A volte ci si sedevano anche gli altri avventori abituali del bar, tutti rigorosamente coi loro soprannomi.
Nessuno, o quasi, conosceva i loro veri nomi, forse neanche i parenti.
Toto’, infatti, aveva raccontato ad Ascanio che quando li’ la gente moriva sui manifesti si scriveva sempre il soprannome o la “’ngiuria” per poterli riconoscere.
Ascanio rimase colpito da questa cosa, quasi turbato e quando racconto’ il fatto a casa, la cosa venne liquidata da sua madre come una delle “incomprensibili” usanze del luogo.
Ascanio l’aveva capito che sua madre non ci si trovava bene li’ e non vedeva l’ora di andarsene. Come i suoi fratelli che avevano lasciato gli amici a Milano.
Suo padre, invece, lo faceva per lavoro, ci era abituato, ed aveva capito che la nuova realtà aveva stimolato non poco il suo figlio speciale.
Bé, tornando alla stazione e ai soprannomi, il bar era frequentato, fra gli altri, dal “poeta”, un uomo sulla quarantina, che fumava come un turco e prendeva il caffè del bar – il che deponeva a suo sfavore-. In più declamava Baudelaire, ma li’ nessuno era in grado di smentirlo, perché nessuno conosceva Baudelaire, né tantomeno le sue poesie.
Probabilmente quando sarebbe morto avrebbero scritto Baudelaire sul manifesto funebre, se quelli delle pompe funebri ne avessero trovato scritto da qualche parte il nome esatto da ricopiare.
Poi c’era il proprietario del bar, un uomo grassoccio e paonazzo in viso. Teneva i giornali in vendita tutti dietro al bancone cossicché chiunque ne avesse voluto comprare uno doveva indicarne almeno dieci prima di individuare quello giusto.
A “u picciricchiu” lui era molto simpatico perché quando entrava nel suo bar “u ‘mbriacuni” (questo era il suo soprannome) gli chiedeva :”Ascanio, il solito?” e si riferiva alla scirubbetta.
Questo lo faceva sentire meravigliosamente importante.
Tutto questo grazie a Toto’.
Il Capostazione era un uomo solo. Lui e sua moglie non avevano avuto figli e, dopo trentacinque anni di matrimonio lei mori’ portandogli via anche quell’ultimo anelito alla vita che gli restava.
Era un uomo fondamentalmente buono, e con un animo accogliente. Sempre pronto e generoso con gli altri. L’affetto umano gli mancava come l’aria. Non era triste, pero’, era troppo impegnato a colmare il vuoto incolmabile non dei figli che non erano venuti, non della moglie che era mancata, ma il vuoto della vita. La vita che ti sfugge di mano, che ti ferisce, che ti fa vivere le emozioni sempre come una frustata sulla schiena. Era fatto cosi’ Toto’, un uomo che non riusciva ad avere certezze, ed aveva trovato – i casi della vita- quel lavoro un po’ noioso, si’, ma che gli dava l’opportunità di conoscere gente, di vedere passare l’umanità più varia davanti ai suoi occhi. Magari in pochi lo notavano, ma lui riconosceva gli altri, sapeva chi erano i buoni e i cattivi, chi era di fretta chi viaggiava per lavoro e chi per diletto, chi partiva per raggiungere il suo amore e chi andava ad un incontro “segreto”. E cosi’ partecipava della vita degli altri. Solo guardandoli. Guardandone i gesti, l’abbigliamento, gli atteggiamenti, ascoltandone le parole, parole dette di sfuggita, sul predellino del treno.
Poi c’era la moglie del proprietario, una donna sempre zitta, con gli occhi che guardavano perennemente in basso, che aveva le fattezze e le sembianze delle antiche statuette votive che simboleggiano la fertilità. Anche se stava come abbandonata nel bar della stazione di Roccaseri lei era la Grande Madre Terra, fianchi e seni grossi.
La sua particolarità era che, a memoria d’uomo, si fa per dire, sta cristiana, non aveva mai parlato.
Si esprimeva a gesti. Gesti calmi, concreti, non da sordomuta, perché lei ci sentiva benissimo e parlava, si parlava. Almeno al matrimonio aveva parlato, aveva detto si a quell’uomo paonazzo che s’era sposata trent’anni prima.
Ormai, pero’ tutti la capivano anche da quel modo strano ma autoritario di indirizzare lo sguardo e “muovere il mondo”.
Il giovedi’, poi, un tizio prendeva puntualmente il treno per Racasini, tutto elegante, con una cravatta rosa al collo e vestito di grigio, portava in mano un  bella borsa di pelle da lavoro. Ascanio gli diede il soprannome “ u signurinu” e tale resto’.
E la cosa provoco’ grandi applausi e complimenti e scirubbette gratis da parte di tutti.
Il bambino di Milano si era ormai integrato, era uno di loro. Ascanio era felicissimo, non si era mai sentito cosi’ accettato e benvoluto in vita sua.
A casa, ovviamente, neanche racconto’ l’episodio, non avrebbero capito, loro che avevano fretta di scappare, che non frequentavano nessuno, non avrebbero capito che lui, Ascanio, era ormai di Roccaseri, anzi, più precisamente, della Stazione di Roccaseri.
Ormai in quel luogo di orchi, folli e debosciati ci si ritrovava a meraviglia perché Ascanio vedeva tutto con gli occhi della purezza, andava oltre le apparenze, “sentiva” gli altri e si era adeguato a tutta quella varia umanità che i suoi genitori, se avessero conosciuto, avrebbero certamente disapprovato.
Insomma era felice, era un bambino di sette anni sereno e felice.
Ma poi successe qualcosa a Toto’.
Precisamente tra la prima e la seconda campanella Toto’, sulla banchina, sotto gli occhi di Ascanio, del poeta, di “u ‘mbriacuni” della “Madre Terra”, si accascio’ a terra. E non era il caldo , lui ci era abituato, e poi la giacca non la metteva mai.
Aveva gli occhi riversi all’insù quando arrivo’ il medico che disse che era morto.
Ascanio senti’ il cuore rimpicciolirsi, il viso pietrificarsi e tutto serio con lo stesso passo svelto con cui era arrivato la prima volta scappo’ verso casa.
Si chiuse in camera senza dare spiegazioni. Solo, voleva stare solo. Il dolore era troppo grande per un picciricchio di sette anni.
Nel primo pomeriggio già dalla finestra aveva visto i manifesti funebri con su scritto “ Toto’ u Capustazioni”.
Era vero. Non era un sogno. Era tutto vero. E cosi’ riusci’ a piangere. Di un pianto bambino, come solo i bambini sanno fare. Un pianto con lacrime e singhiozzi che, sincopati, scandivano il sussultare del suo petto. Era un pianto liberatorio. Era un pianto di solitudine. Ma le campane che suonavano a morto gli ricordarono di guardare l’orologio.
Era l’ora!
Scese le scale veloce, attraverso’ tutta la piazza con i suoi sandaletti di cuoio ed entro’ in Stazione.
Toto’ non c’era, lui lo sapeva, ma il treno in transito era li’ lo vedeva lontano.
Cerco’ di distendere il braccio più che poteva per arrivare al pulsante in alto e, quando il treno passo’, la sua manina sinistra stava già facendo suonare la campanella di Toto’.

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