martedì 5 aprile 2011

I BISCOTTI DI GIULY

Questa volta l’aveva preso proprio al volo quel benedetto treno. Di nuovo verso sud.
Ogni volta ci lasciava un pezzo di cuore a Milano.
Li’ ci aveva studiato, aveva iniziato a prendere confidenza con la vita, quella vera. Una laurea in scienze politiche. Esperienze all’estero, in organizzazioni non governative.
 Poi Parigi. E li’ il suo grande amore. No, non un uomo: la cucina.
Aveva lasciato ogni velleità di carriera e si era infilata negli antri delle cucine francesi, nei segreti dei cuochi più vezzeggiati e viziati del mondo.
Era una ragazza in gamba Giuly, imparava tutto e subito. E poi si appropriava di  cio’ che di nuovo imparava, accogliendolo senza mai perdere il suo punto di vista, le sue origini.
 Lei ricordava le dolci mani operose di sua madre, di sua nonna, della bisnonna e dei loro racconti di cucina. Sapeva a memoria, sin da bambina tutte le ricette di famiglia per averle viste eseguire mille e una volta, sporgendo la testa dal tavolo di marmo nella cucina di casa della nonna.
E cosi’ i ricordi.
La pasta fatta in casa, con quel piccolo rituale : la farina “a fontanella”, questo era un suo compito, il sale, no quello lo metteva la nonna, e poi romperci le uova dentro. E la sensazione fresca e bagnata delle mani che cominciano ad impastare una massa che è informe e, per magia, per amore, si trasforma in una cosa buona, che raccoglie la famiglia, che coccola il nonno, i fratelli, papà.
E fu facile cosi’ innamorarsi di un’arte. Ogni ricetta era una sequenza fotografica di mani che cucinano con amore e per amore.
Aveva deciso di trasferire l’amore per la cucina e per chi si cucina in un negozio.
 Al diavolo carriera diplomatica e via dicendo, ormai aveva la sua avviata attività: la pasticceria “Fragranze” specializzata in dolci e biscotti d’ogni tipo, dove si sperimentavano di continuo connubi di sapori, mescolanze di odori.
Tornava da Milano, infatti, per avere frequentato un corso di alta pasticceria.
Giuly amava le spezie.
E infatti aveva portato con sé sul treno i suoi biscotti preferiti, che poi erano quelli che i suoi clienti amavano di più: raggi di sole ai fiocchi d’avena e uvetta di Corinto, addolciti con miele e zucchero di canna , cosparsi di semi di sesamo.
Aveva sempre pensato che, paradossalmente, ci volesse più tempo ad assaporare tutti gli ingredienti che a prendere la scatola dallo scaffale.
Il tizio seduto davanti a lei guardava insistentemente la scatola di biscotti e, a dir la verità, guardava anche lei ed i suoi occhi scuri come le olive di Grecia, eredità della  nonna.
Giuly continuava a mangiare biscotti e lui le guardava le mani piccole, affusolate con le unghie dipinte di rosso scurissimo  come quelle amarene grandi che si usano da far candite.
Ogni morso uno sguardo. Ai lunghi capelli castani, alle spalle scoperte, piccole, definite, alla pelle olivastra,  alle gambe accavallate dai muscoli ben definiti.
Lei assaporava i biscotti e lui assaporava Giuly. Con gli occhi.
Lui era un bel ragazzo chiaro di pelle, alto, molto alto, con i capelli scuri ed i lineamenti regolari, e sfacciato. Eh si, se era sfacciato!
Aveva, negli occhi castani, l’impudenza di chi è sempre pronto a prendersele, le cose, quando le vuole.
E quegli occhi strafottenti continuavano ad indagarla su e giù per il corpo fino ai piccoli piedi ben curati con le unghie laccate ed infilati nei sandali alla schiava che esaltavano le sue caviglie strette.
Lei non gli offri’ i suoi biscotti e non era imbarazzata dai suoi sguardi impertinenti.
Ormai partecipava, sbocconcellando, allo scambio di sguardi, alcuni sfuggenti, altri intriganti e più prolungati.
Forse con tacito accordo, quasi per tutto il viaggio non si scambiarono una parola.
Perché rovinare con le parole l’atmosfera che il silenzio aveva cosi’ abilmente costruito?
Lei si fece persuasa che il tizio doveva essere uno che con lei non c’entrava proprio niente.
 Aveva con sé un pc a cui, ogni tanto, distrattamente, dava un’occhiata. Del materiale che tiro’ fuori dalla borsa. Tutto scritto in inglese.
“Ah, benedette lezioni dell’università…a questo servivano”, penso Giuly. E tra un ‘occhiata e l’altra, sbirciando, conobbe chi aveva tanta curiosità per lei.
 Era un professore all’Università di Montreal. Materie Economiche.
 Scriveva un articolo, forse, prima di accorgersi di lei.
E pensare che i suoi professori all’università avevano tutti in media settant’anni.
Ascoltava in cuffia una struggente milonga, ad alto volume. Ecco forse questo li avvicinava. Anche Giuly amava il tango, ma non aveva mai avuto il tempo di impararlo o suo padre di insegnarglielo.
Le note della milonga e il desiderio di un uomo diverso e lontanissimo la sedussero. Si, proprio cosi’. Non c’è perché né per come. Lei adesso fremeva più di lui. Il pensiero che avrebbero passato poche ore ancora su quel treno e poi , probabilmente, non si sarebbero più rivisti che avrebbero preso strade opposte, lontanissime, la metteva in subbuglio, la sfidava, la rendeva eccitata.
 Le loro vite, sfioratesi per un attimo su di un treno, non si sarebbero mai più intrecciate, i loro occhi non si sarebbero più incrociati. E nulla più avrebbero saputo l’uno dell’altra.
“Come è strana la vita. Si sta vicini, ci si dice qualcosa con gli occhi, con i capelli, con una musica e poi non gli puoi neanche preparare qualcosa di buono” pensava Giuly.
“E lui? Che pensava?” Giuly decise che quell’incontro avrebbe dovuto essere un “intreccio” brevissimo di due vite su di un treno.
Quando lei poggio’ la scatola di biscotti, i suoi occhi neri si conficcarono negli occhi di lui, invitandolo, blandendolo, come il richiamo delle sirene di Ulisse.
L’uomo, per un attimo senti’ di aver perso il controllo del gioco, di essere sopraffatto dalla vittima predestinata.
Giuly si alzo’ muovendosi lentamente e lascio’ il suo posto dirigendosi verso la deserta cabina di pilotaggio.
Apri’ la porta ed entro’, aspettando che lui arrivasse.
Il tizio era spiazzato. Tanta iniziativa…si vede che era abituato a condurlo lui il gioco.
Il canadese arrivo’ dopo due minuti e si chiuse la porta alle spalle.
Non parlarono.
Erano estranei, liberi ed estranei, che condividevano sguardi, una musica e profumo di biscotti.
Lui la bacio’ con un bacio che sembrava dovesse durare dieci anni come il viaggio di Ulisse per tornare a casa.
Assaporo’ la fragranza che emanava dal petto e dai capelli di Giuly.
I rassicuranti fiocchi d’avena della colazione e l’uvetta di Corinto  che lui aveva scorto nei suoi occhi, il miele che profumava di tutti i fiori del mondo, lo zucchero di canna dolce ed alcoolico, il sesamo di mondi lontani.
Di tutto questo sapeva Giuly.
 Effettivamente aveva ragione lei: ci voleva più tempo ad assaporare tutti gli ingredienti che a prendere la scatola dallo scaffale.

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