martedì 5 aprile 2011

DALLA PARTE DEL MARE

Arrivando alla stazione, trafelata, trovai a quell’ora insolita del mattino, poca gente ad aspettare il treno ad un vagone. Percorrendo un  piccolo tratto di costa, portava al capoluogo.
C’era il sole, nitido, e che prometteva primavera, ma corrotto da un vento freddo e sferzante.
E’ tutto cosi’, nella vita: il bianco convive col nero ed i tuoi occhi percepiscono i grigi.
I contrari coesistono, si combattono, si sfidano a singolar tenzone, cercano di sopraffarsi l’un l’altro.
A volte il cuore riesce ad unirli, o a cogliere il meglio che c’è nei due. Nella maggior parte dei casi, pero’, continuano a vivere dentro le persone, nettamente distinti e combattono per tutta la tua vita, albergando nella tua mente, senza permesso, e condizionando la vita del povero ospite malcapitato.
Ma chi li aveva invitati?
Come quando sul treno ti siedi dalla parte del monte, delle case povere costruite a ridosso della ferrovia, spesso incompiute, sciatte.
Di mattina, da quella parte non c’è neanche il sole che, attraversando i vetri del finestrino, diventa più caldo.
Se stai, invece, dalla parte del mare, trovi le pinete, le villette estive ben curate, i campi di calcio, qualche piantagione, perché no, e le palme.
Ma soprattutto vedi il mare, a volte piatto, a volte leggermente increspato.
Quella mattina il mare era urlante, “biancheggiava”.
Le correnti ed il vento si combattevano, o giocavano chissà, a farlo diventare grande e pauroso.
Come i contrari dentro di noi.
Ma guardare il mare dal finestrino di un treno, in una giornata di sole, dà sempre lo stesso effetto di calma, anche quando è agitato perché lui è li’, non va via, sai che quelle onde in superficie e più vicine alla costa, se vai lontano non ci sono più, basta arrivarci, anche solo col pensiero ed i contrari dentro di te fanno pace, anche solo per un momento.
Quella mattina l’orizzonte blu cupo era orlato di nuvole basse, appena un accenno, che mi ricordavano i bordi di merletto dei vestiti dei neonati o delle spose.
Altri contrari: i neonati vivono tra la simbiosi con la madre ed il loro destino di autonomia che inizia subito, non appena si guardano le mani e scoprono un altro essere distinto dal seno che li nutre.
Le spose, invece, rivivendo la storia degli esseri umani, che è sempre uguale, quella  di “confondersi” nell’amore per un altro, si guarderanno le mani e sapranno che esse servono a curare quell’essere dapprima in simbiosi che, un giorno, sarà libero ed autonomo, chiudendo, cosi’ il cerchio della vita.
Mentre la mia mente si perdeva negli antri della noia del viaggio in treno, dalla parte del mare, si sentiva  in sottofondo una coppia parlare animosamente.
Una coppia giovane, giovanissima e sicuramente innamorata.
Litigavano.
Lui era un ragazzo alto, con un fisico sportivo. Vestito con una tuta da ginnastica, portava una borsa sportiva, con su scritto il nome di una squadra di calcio locale.
Come feci in tempo a scoprire dopo, il calciatore non aveva una “mens sana in corpore sano”, anzi dal poco che ascoltai dei loro discorsi doveva avere una mente poco sviluppata.
Non si puo’ avere tutto nella vita. Anzi, forse lui era fortunato, lo sembrava, dal suo piglio convinto, che non ha dubbi.
Sicuramente dentro di lui non si animavano forze contrarie a provocargli dissidi.
Lei giovane, i capelli corti, nerissimi, ad incorniciarle il viso. Uno scricciolo di donnina, con i jeans e maglioncino aderente.
La lotta era impari, anche fisicamente,, ma lei era battagliera.
Tifavo per lei, ovviamente,non solo per difendere la categoria, ma perché dai loro gesti, da ogni singolo gesto, avevo capito che lui voleva difendere l’indifendibile.
Le toccava ora un ginocchio, ora una mano e, guardandola negli occhi diceva parole-che non riuscivo ad ascoltare per via dei rumori del treno- che sembravano di giustificazione.
Lei aveva grandi occhi verdi, dalle ciglia lunghe che sembravano non credere ad una parola di quello che lui diceva.
Chissà che aveva combinato ‘sto farabutto. Sentivo solo: “ti giuro che non è vero!”
Ah! Ecco svelato l’arcano : aveva fatto il cretino con un’altra!
Ma la cosa che avevo notato era che lui, lo “sportivo” non perdeva mai la sua fierezza di uomo, il suo atto di “contrizione” non era in fondo sincero.
Perche lo avevo capito? Perché lo dicevano i suoi gesti.
Stava lontano da lei, con la schiena attaccata al sedile, sguardo duro, testa e mento in alto.
E che si fa cosi’ a chiedere scusa??
Lei lo accusava con gli occhi, con le mani, agitandole, puntandogli il dito contro, e scostandogli con astio e asprezza quella stupida mano sul ginocchio.
Era offesa. Offesa e delusa, ma allo stesso tempo aspettava qualcosa, forse quella parola giusta, quell’atteggiamento di apertura che doveva esprimere amore e invece mostrava, ahimé, un uomo senza contrari.
Come era prevedibile, la situazione precipito’ e lei comincio’ a piangere.
 E lui, sempre più colpevole, né un bacio, né una carezza, ma freddo inchiodato nel senso di colpa che lo rodeva da dentro, era una statua di sale.
Idiota, pensavo, ci vuole cosi’ poco per convincere una donna che vuole disperatamente amarti!
Ma l’atleta non aveva i mezzi, poveraccio, teneva il punto, ovviamente, non perché era forte, ma perché non sapeva fare altro.
Sarebbe bastato un bacio sulla fronte, o guardarla negli occhi, sarebbe bastato prenderla e avvicinarla a sé. Ma lui no! Uno senza contrari, senza grigi, senza dubbi.
Ormai la singolar tenzone si svolgeva in tre, i due fidanzati che litigavano ed io, che con lui ci litigavo attraverso tutti gli uomini come lui che avevo conosciuto.
Lui non era contro di lei, non se lo poteva permettere,  ma combatteva, piuttosto, contro le sue stesse colpe in lei personificate, e non sapeva come giustificarsi.
Lei lo attaccava, ma in fondo stava dalla sua parte, tifava per lui, sperava quasi in un ravvedimento tardivo, che le desse un appiglio per giustificare quell’amore faticoso, ma bellissimo, lacerante, ma irrinunciabile.
Lei era bella e piena di contrari.
E piangeva.
E cosi, piangendo, lui la lascio’, arrivato alla stazione, e, liquidandola con una stretta al braccio, le disse : ”ci sentiamo dopo”.
Idiota! Io pensavo.
Ormai lo odiavo.
Lei evidentemente scendeva ad un'altra stazione e rimase li’ immobile , senza neanche guardarlo, con la testa appoggiata sul finestrino che dava sul lato dei monti,delle case vecchie e brutte.
In quel momento lei era tutte le donne.
 Quelle che incappano, per volere o per caso in una situazione stretta e odiosa, da cui non sanno divincolarsi. Le donne-dipendenti di una dipendenza psicologica che le fa soffrire e gioire, ma tremare allo stesso tempo per la paura di perdere l’ immeritevole idolo del loro malato amore.
La guardavo, forse con troppa insistenza che, lei girandosi se ne accorse.
Si stava asciugando le lacrime e ci guardammo per un tempo che non saprei dire lungo o breve.
Un tempo che ci uni’ in un luogo, me e lei, io al di là della sponda e lei in mezzo al guado. Annaspava lei, faticava, stremata e ferita aveva perso il controllo.
Conoscevo quella situazione, l’avevo superata e faticando, potevo finalmente, con distacco, riconoscere  i segni e le cicatrici, di un amore cupo, che ti attira e ti respinge.
I miei contrari si agitavano e combattevano, si soverchiavano l’uno sull’altro.
Ma decisi: mi alzai, la presi per mano e le dissi di sedersi vicino a me.
Mi sentivo la balia di Giulietta che soffre per Romeo.
E invece lui non era Romeo, era solo un cretino che era entrato a piedi uniti sul suo cuore.
Non parlammo per tutto il viaggio, non c’era niente da dire, eravamo due estranee in fondo.
E quando scese le dissi solo “ciao” .
 Ma, almeno, pensai, le avevo fatto trascorrere il resto del viaggio seduta dalla parte del mare col sole che entra caldo dal finestrino.

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