venerdì 15 aprile 2011

AGRODOLCE

Mattoni rossi che sfrecciavano dal treno in corsa. Magazzini vuoti. Si lasciava l’ultima periferia urbana, e poi una campagna secca, fredda che svuotava il cuore.
Il vagone era stipato. Pendolari e studenti. Affollato e rumoroso. Le tante ragazzine ciarliere erano in piedi. Vestite tutte allo stesso modo, con lo zaino colorato e l’ipod. La fronte sfiorata dai brufoli ed i lineamenti ancora non pienamente da donna.
Cristina non invidiava quell’età. No, quante scelte dolorose, quanta acqua sotto ponti che stavano per crollarle addosso. Adesso aveva un lavoro di cui era soddisfatta, l’indipendenza da tutto e da tutti. La piena consapevolezza di sé e qualche cicatrice nel cuore.
Il chiacchiericcio dei ragazzi copriva i rumori dei treni, ormai familiari a pendolari, controllori e macchinisti.
Cantavano canzoni stonate le ragazze sedute davanti a Cristina, una in braccio all’altra, condividevano le cuffie e sicuramente tante altre cose a quell’età, come solo allora si puo’ fare.
Cristina pensava che ormai a trentacinque anni sei fiera di esser da sola, non condividere nulla, con nessuno. Pienamente capace di gestire la tua vita, il tuo lavoro, i tuoi amori. Se ce ne fosse stato uno a rimanere insieme a lei per più di una fugace conoscenza.
Tornava a casa Cristina. Era da un po’ che lavorava fuori ed ogni tanto, non spesso, a dir la verità, andava a trovare i suoi.
Il tizio accanto a lei, corpulento e malvestito leggeva un quotidiano verso cui occhieggiavano altre tre persone.
Questa si’ che è condivisione, penso’.
E le ciarliere accanto a lei continuavano a parlare, masticare gomme e ridacchiare.
Ad un tratto una di loro chiuse il finestrino. Era una giornata di sole e di caldo ed era sicura che di li’ a poco le sarebbe mancata l’aria.
Tutti quei giovani che sudavano, sudavano ormoni, come solo a quell’età si suda.
Cristina si girava a sinistra e vedeva il mare. Dall’altra parte le stazioni che accoglievano quelli che, sceso il gradino del treno, dismettevano i panni di viaggiatori.
Un ragazzo dal viso tondo e gli occhiali era intento al suo pc. Come Cristina non condivideva, si estraniava in un mondo solo suo, e decideva lui chi far entrare e chi no. Probabilmente nessuno.
E i ragazzi confusionari e cicaleccianti si muovevano avanti e indietro nei corridoi del treno.
I due tizi accanto a lei parlavano di cose d’ordine pratico, di svegliarsi alle sei la mattina e di tornare alle otto a casa. Quello che faceva Cristina, quello che le aveva regalato l’indipendenza, e forse l’incapacità di condividere anche la vita con qualcuno.
E il mare luccicava a sinistra.
In lontananza una nave da crociera. E più in qui, sotto la ferrovia, un piccolo porto turistico.
Proprio quello su cui aveva passeggiato anni fa con Marco.
Marco era un dipendente dell’azienda dove Cristina lavorava come assistente del direttore generale.
E’ li’ che si conobbero, lei, venuta dall’ufficio prestigioso al sesto piano, si reco’ all’Ufficio Stampa, tre piani più in giù, dove regnava il più caotico ed allegro disimpegno. La accolse una risma di fotocopie svolazzanti.
Anarchia totale. Le scrivanie appartenevano a tutti e a nessuno, i ruoli erano confusi, chiunque poteva rispondere al telefono e chiunque portare scatoli o altro in magazzino. La pausa pranzo, proprio su quelle scrivanie, si prolungava indefinitamente.
A dir la verità, pero’ il lavoro funzionava, secondo quel caotico ordine.
Cristina e Marco si notarono subito, occhi negli occhi.
Sin da subito. Le era sembrato il più intelligente, ed anche il più carino.
Ed infatti lo chiamo’ la sera stessa per comunicargli qualcosa di inutile riguardo al lavoro.
Il tipetto rilancio’ e le disse che, se per lei andava bene, si sarebbero potuti incontrare in un locale in centro per parlarne di persona.
Quello fu il primo ed ultimo giorno in cui  parlarono di lavoro. Nei giorni successivi si incontravano alla pausa pranzo, di sfuggita in ufficio, dopo il lavoro, tutte le sere.
Finché, in occasione di un ponte di vacanza, in piena primavera, Marco le chiese di passare un fine settimana con lui in un un bellissimo borgo marinaro.
Cristina non ci penso’ neanche un minuto. Disse di si. Senza badare al lavoro arretrato, a quello che avrebbe dovuto dire al capo, ed al fatto che era la prima volta nella sua vita che faceva una cosa del genere.
Ma non aveva saputo resistere all”agrodolce” di Marco, quello che emanava dalla pelle, a al suo <essere agrodolce>. Acre e pungente sulla lingua, ma con un “sottotesto” d’affetto, di baci e d’abbracci.
Il borgo si, trovava  a 100 Km dalla loro città, facile da raggiungere in treno. Un’ora e mezzo di sguardi e promesse e mani nelle mani, e promettenti carezze.
Gli occhi di Marco le accarezzavano i capelli e lei pensava che lui aveva un sorriso bellissimo.
Bellissima la loro piccola vacanza.  Strana, poco lussuosa e soprattutto decisa ed attuata solo dopo una settimana dal loro primo incontro.
Stavano in una pensioncina di fronte al porto turistico, con le finestre sempre aperte per far entrare l’aria del mare.
Il ristorante stava giù e per tre giorni cenarono sempre li’, sempre allo stesso tavolo all’angolo con la tovaglia a quadretti bianchi e verdi. Un ristorantino senza pretese, inondato dall’odore di fritto di paranza e di acqua di mare.
Ad un passo dal ristorante pochi metri di banchina e poi il porto con le barche grandi,le barche di quelli ricchi, che girano di giorno in pareo e di sera in giacca blu e cappello bianco.
Cristina e Marco cenavano mano nella mano, raccontandosi le loro vite, le loro stranezze soprattutto, il loro essere un po’ fuori dagli schemi.
Bé, questo in lui era subito evidente, bastava guardare come gestiva il suo ufficio. E lei, una creatura strana, adulta e bambina, seria e giocosa e molto, ma molto intelligente.
Dopocena passeggiavano sulla banchina a farsi inghiottire dal buio, parlando, ridendo, tra baci ed abbracci appassionati.
Tornavano in pensione, attenti a non far troppo rumore per le scale, ridacchiando come due compagni di scuola. Ubriachi.
E poi facevano l’amore fino all’alba.
Un incontro d’anime, di odori, di sapori, di strette e di carezze, di baci infiniti e morsi brucianti.
Uno scambio totale di corpi e menti. E poi, sfiniti,si addormentavano, abbracciati, come due lottatori.
Tornati a casa, dopo la vacanza di fuga e di amore e di fusione totale, Cristina ricevette un’importante offerta di lavoro che lei accetto’ immediatamente. La aspettava da tempo. Ando’ lontano e lui non l’accetto'. Non ce la fece a sopportare un amore a distanza, un amore dei fine settimana. E le loro strade si divisero, cosi’ velocemente come si erano intrecciate Lei non sa più cosa fa Marco, dov’è Marco.
Ma quando torna a casa, rivedendo dal treno il porticciolo e il ristorante, sente di nuovo addosso l’odore agrodolce di Marco.

1 commento:

  1. Non so quanto può valere il mio giudizio. Diciamo che a parer mio ci sono delle cose che funzionano, e altre che sono proprio dove devono stare.
    Ecco, direi che le seconde sono troppe. Non devi stupire, ma leggendolo, mi sono trovato a pensare: adesso succede questo. Poi quello. E puntualmente si è avverato.
    Di tanto in tanto, mi sembra di vederti ("molto, ma molto intelligente": sei certa che il lettore lo voglia sapere?); lo scrittore deve sparire. I binari del titolo del tuo blog, mi pare che rischino di costringere la tua scrittura in una serie di stereotipi.
    Se posso permettermi di consigliarti qualcosa (ma forse mi hai già mandato a quel paese): osa di più. Tenta degli sviluppi differenti. Non affidarti (troppo), alla tua esperienza: rischi di diventarne prigioniera.

    RispondiElimina