venerdì 15 aprile 2011

AGRODOLCE

Mattoni rossi che sfrecciavano dal treno in corsa. Magazzini vuoti. Si lasciava l’ultima periferia urbana, e poi una campagna secca, fredda che svuotava il cuore.
Il vagone era stipato. Pendolari e studenti. Affollato e rumoroso. Le tante ragazzine ciarliere erano in piedi. Vestite tutte allo stesso modo, con lo zaino colorato e l’ipod. La fronte sfiorata dai brufoli ed i lineamenti ancora non pienamente da donna.
Cristina non invidiava quell’età. No, quante scelte dolorose, quanta acqua sotto ponti che stavano per crollarle addosso. Adesso aveva un lavoro di cui era soddisfatta, l’indipendenza da tutto e da tutti. La piena consapevolezza di sé e qualche cicatrice nel cuore.
Il chiacchiericcio dei ragazzi copriva i rumori dei treni, ormai familiari a pendolari, controllori e macchinisti.
Cantavano canzoni stonate le ragazze sedute davanti a Cristina, una in braccio all’altra, condividevano le cuffie e sicuramente tante altre cose a quell’età, come solo allora si puo’ fare.
Cristina pensava che ormai a trentacinque anni sei fiera di esser da sola, non condividere nulla, con nessuno. Pienamente capace di gestire la tua vita, il tuo lavoro, i tuoi amori. Se ce ne fosse stato uno a rimanere insieme a lei per più di una fugace conoscenza.
Tornava a casa Cristina. Era da un po’ che lavorava fuori ed ogni tanto, non spesso, a dir la verità, andava a trovare i suoi.
Il tizio accanto a lei, corpulento e malvestito leggeva un quotidiano verso cui occhieggiavano altre tre persone.
Questa si’ che è condivisione, penso’.
E le ciarliere accanto a lei continuavano a parlare, masticare gomme e ridacchiare.
Ad un tratto una di loro chiuse il finestrino. Era una giornata di sole e di caldo ed era sicura che di li’ a poco le sarebbe mancata l’aria.
Tutti quei giovani che sudavano, sudavano ormoni, come solo a quell’età si suda.
Cristina si girava a sinistra e vedeva il mare. Dall’altra parte le stazioni che accoglievano quelli che, sceso il gradino del treno, dismettevano i panni di viaggiatori.
Un ragazzo dal viso tondo e gli occhiali era intento al suo pc. Come Cristina non condivideva, si estraniava in un mondo solo suo, e decideva lui chi far entrare e chi no. Probabilmente nessuno.
E i ragazzi confusionari e cicaleccianti si muovevano avanti e indietro nei corridoi del treno.
I due tizi accanto a lei parlavano di cose d’ordine pratico, di svegliarsi alle sei la mattina e di tornare alle otto a casa. Quello che faceva Cristina, quello che le aveva regalato l’indipendenza, e forse l’incapacità di condividere anche la vita con qualcuno.
E il mare luccicava a sinistra.
In lontananza una nave da crociera. E più in qui, sotto la ferrovia, un piccolo porto turistico.
Proprio quello su cui aveva passeggiato anni fa con Marco.
Marco era un dipendente dell’azienda dove Cristina lavorava come assistente del direttore generale.
E’ li’ che si conobbero, lei, venuta dall’ufficio prestigioso al sesto piano, si reco’ all’Ufficio Stampa, tre piani più in giù, dove regnava il più caotico ed allegro disimpegno. La accolse una risma di fotocopie svolazzanti.
Anarchia totale. Le scrivanie appartenevano a tutti e a nessuno, i ruoli erano confusi, chiunque poteva rispondere al telefono e chiunque portare scatoli o altro in magazzino. La pausa pranzo, proprio su quelle scrivanie, si prolungava indefinitamente.
A dir la verità, pero’ il lavoro funzionava, secondo quel caotico ordine.
Cristina e Marco si notarono subito, occhi negli occhi.
Sin da subito. Le era sembrato il più intelligente, ed anche il più carino.
Ed infatti lo chiamo’ la sera stessa per comunicargli qualcosa di inutile riguardo al lavoro.
Il tipetto rilancio’ e le disse che, se per lei andava bene, si sarebbero potuti incontrare in un locale in centro per parlarne di persona.
Quello fu il primo ed ultimo giorno in cui  parlarono di lavoro. Nei giorni successivi si incontravano alla pausa pranzo, di sfuggita in ufficio, dopo il lavoro, tutte le sere.
Finché, in occasione di un ponte di vacanza, in piena primavera, Marco le chiese di passare un fine settimana con lui in un un bellissimo borgo marinaro.
Cristina non ci penso’ neanche un minuto. Disse di si. Senza badare al lavoro arretrato, a quello che avrebbe dovuto dire al capo, ed al fatto che era la prima volta nella sua vita che faceva una cosa del genere.
Ma non aveva saputo resistere all”agrodolce” di Marco, quello che emanava dalla pelle, a al suo <essere agrodolce>. Acre e pungente sulla lingua, ma con un “sottotesto” d’affetto, di baci e d’abbracci.
Il borgo si, trovava  a 100 Km dalla loro città, facile da raggiungere in treno. Un’ora e mezzo di sguardi e promesse e mani nelle mani, e promettenti carezze.
Gli occhi di Marco le accarezzavano i capelli e lei pensava che lui aveva un sorriso bellissimo.
Bellissima la loro piccola vacanza.  Strana, poco lussuosa e soprattutto decisa ed attuata solo dopo una settimana dal loro primo incontro.
Stavano in una pensioncina di fronte al porto turistico, con le finestre sempre aperte per far entrare l’aria del mare.
Il ristorante stava giù e per tre giorni cenarono sempre li’, sempre allo stesso tavolo all’angolo con la tovaglia a quadretti bianchi e verdi. Un ristorantino senza pretese, inondato dall’odore di fritto di paranza e di acqua di mare.
Ad un passo dal ristorante pochi metri di banchina e poi il porto con le barche grandi,le barche di quelli ricchi, che girano di giorno in pareo e di sera in giacca blu e cappello bianco.
Cristina e Marco cenavano mano nella mano, raccontandosi le loro vite, le loro stranezze soprattutto, il loro essere un po’ fuori dagli schemi.
Bé, questo in lui era subito evidente, bastava guardare come gestiva il suo ufficio. E lei, una creatura strana, adulta e bambina, seria e giocosa e molto, ma molto intelligente.
Dopocena passeggiavano sulla banchina a farsi inghiottire dal buio, parlando, ridendo, tra baci ed abbracci appassionati.
Tornavano in pensione, attenti a non far troppo rumore per le scale, ridacchiando come due compagni di scuola. Ubriachi.
E poi facevano l’amore fino all’alba.
Un incontro d’anime, di odori, di sapori, di strette e di carezze, di baci infiniti e morsi brucianti.
Uno scambio totale di corpi e menti. E poi, sfiniti,si addormentavano, abbracciati, come due lottatori.
Tornati a casa, dopo la vacanza di fuga e di amore e di fusione totale, Cristina ricevette un’importante offerta di lavoro che lei accetto’ immediatamente. La aspettava da tempo. Ando’ lontano e lui non l’accetto'. Non ce la fece a sopportare un amore a distanza, un amore dei fine settimana. E le loro strade si divisero, cosi’ velocemente come si erano intrecciate Lei non sa più cosa fa Marco, dov’è Marco.
Ma quando torna a casa, rivedendo dal treno il porticciolo e il ristorante, sente di nuovo addosso l’odore agrodolce di Marco.

venerdì 8 aprile 2011

LITANIA -esercizio di stile

La bizzosa famiglia accanto a me si agitava di gridi di bimbi. Due, uno più grande ed una piccina che avrà avuto neanche due anni.
Giocavano e ridevano nel rumore sferragliante che ci accompagnava, tutti, sulla littorina.
Un altro giorno di sole.
Di quelli che quando inizia cosi', qui da noi, a mezzogiorno non sai dove devi nasconderti.
La piccina aveva un sorriso felice e malizioso. Lui, il bambino, dell'età di circa sei anni, la prendeva in braccio grossolanamente, con movimenti sbilenchi, ma non la faceva cadere. La faceva ridere raccontandole storie di mostri e di draghi, facendole il solletico, come solo un drago sa fare.
La bimba correva ad accucciarsi tra le braccia di sua madre  e affondava il viso nel collo di lei.
Come é sempre uguale e spontaneo questo gesto di ricerca di sicurezza: l'odore di mamma. Forte, inconfondibile, inebriante. E' capace di tutto, dei miracoli perfino, di cantare una ninna,, di far passare una bua, di rasserenare giochi sfrenati.
La bambola, il tempo di scrivere queste due righe, e di girarmi verso di lei, già dormiva. Una manina si toccava il collo, per vezzo, come tanti  bambini che quando allattano al seno, occupano una mano ad "esplorare" la mamma: le toccano l'orecchio, il collo, le labbra e poi trasferiscono su di sé questo gesto ripetitivo, che dà sicurezza.Lo scandire del tempo e dell'affetto
L'altra manina stava abbandonata in posa plastica d'abbandono. Il suo corpo, sprofondato nel sonno, la sua anima, smettevano quasi di vivere, per lasciarsi contemplare meglio, piccola statua.
Mi ricordava le pose di quotidianità dei  morti di Pompei a cui ridiedero forma i calchi di gesso.
Era bella come la morte subitanea che ti lascia impresso l'ultimo attimo di vita.
E sua madre non la teneva stretta a sé come uno di quei piccoli fagottini da proteggere.
La teneva adagiata sul suo corpo come la Madonna che teneva Cristo morto tolto dalla Croce. Anche lei, in un atteggiamento di abbandono quasi totale, con le braccia abbandonate e semi aperte. Con lo sguardo fisso a guardare oltre le pareti del treno, a fissare l'infinito o il finito dei suoi pensieri.
Guardavo, dietro di loro, dal finestrino, il luccichio del mare, e mi piaceva pensare a questa "Madonna consolatrice" che viene portata in processione su una barca, che scivola sul mare piatto dei primi di settembre.
Il bimbo restava ora immobile, ogni tanto chiedeva l'orario. La madre, stancamente, gli ripeteva l'orario d'arrivo.
Questa donna era una litania d'amore e di certezze.
Lo stesso calmo tono del suo odore di mamma aveva fatto addormentare i suoi figli.
Il treno si fermo', si attese per farne passare un altro. E due "contenitori" di vite si sfiorano. Chissà se nell'altro treno c'erano altre mamme in pose caravaggesche da celebrare.
La bambina dormiva ancora, le stazioni passavano veloci, e lei, sua madre, le dedicava ogni tanto uno sguardo d'amore, fatto di quotidianità e di certezze. Di ripetizione, sempre, degli stessi rituali.
I bambini sono circondati, accerchiati da questo.
Anche Bruno, il figlio più grande ne era l'esempio. Pur annoiandosi, tranquillo ascoltava le rassicurazioni sull'orario d'arrivo che la madre, ripetitivamente gli sussurrava, senza mai stancarsi.
E lui si zittiva, perché sapeva che era cosi'. Perché bastavano gli sguardi e lui capiva che sua madre gli aveva detto la verità. Che mancava poco. E allora lui si dilettava in gliochi di parole. Ripeteva meccanicamente l'alfabeto.
Aveva imparato, lui solo, una litania di certezza, per str buono, per sapere che era tutto sotto controolo. Imitava sua madre.
Ogni tanto dimostrava segni d'impazienza, ma lei, sua madre, lo carezzava con gli occhi, come accarezzava la piccola in braccio in posa scomposta.
Il treno stava ormai per arrivare. Bruno, madre e sorella sarebbero scesi ed incontro al loro destino, avrebbero avuto la certezza della ripetizione continua delle parole, dei sentimenti, delle litanie che portano pace nel cuore e forza nell'animo.

mercoledì 6 aprile 2011

ZIBIBBO

Il piccolo treno ad uno scompartimento fermava a tutte le stazioni.
Scomodo, il viaggiatore risentiva dello stridere dei freni e dell’altalenante loro andirivieni. La testa faceva avanti e indietro ad ogni fermata.
“Oh maledetto trenino!” penso la ragazza seduta vicino al finestrino, dalla parte del mare che leggeva un libro curioso e appetitoso: “ Zibibbo”.
L’uva dolcissima e bianca, quella con cui si fa il vino, ma anche quella che Rosa, che stava seduta di fronte, aveva mangiato mille e una volta alla tavola di nonno Peppino che ne andava ghiotto anche lui.
Nonno Peppino, come la maggior parte degli uomini classe 1915, sentiva fortemente la “sacralita’” del desinare, nell’ambito della famiglia e dei parenti.
C’era una bella differenza tra chi era ammesso alla sua tavola e chi no.
Ovviamente il non poter sedere a tavola con lui presupponeva gravi mancanze di rispetto (certamente nei suoi confronti) come i mancati auguri per il suo compleanno, il non ricevere, lui per primo, l’arancia più dolce, il non aver minestrato il primo piatto, o cose cosi’.
Insomma era un uomo classe 1915.
  I pensieri su nonno Peppino ogni tanto venivano bruscamente interrotti dal fragoroso sbattere, chiudersi e aprirsi e poi richiudersi della porta dello scompartimento, evidentemente rotta.
Questo forzato ritornare alla realtà distraeva Rosa che guardava di nuovo fuori dal finestrino. Guardava il mare luccicante di quando è quasi mezzogiorno. Un mare che sembrava sconfinato, piatto, azzurro che prometteva mondi lontani, e avventure e gente e vite diverse.
Bé, Rosa le vite diverse le viveva spesso, perché faceva l’attrice. Lavoro che poi lavoro non era, era più che altro una passione, coltivata, in fondo, proprio per questo, per interpretare tante sé stessa, quante ne aveva voglia lei, per avere il “passaporto” di esser lasciata essere sé; tutto cio’ che lei era o che doveva interpretare: la tenerezza, la furia, l’entusiasmo e l’indifferenza. Senza amputazioni o mutilazioni.
Per lei non era difficile o facile fare l’attrice, per recitare doveva solo trovare dentro sé stessa le tante verità che le convivevano dentro e farle uscire fuori.
Come quando sedeva alla tavola di nonno Peppino: lei era sempre degna del posto accanto a lui, come tutti gli altri nipoti, a dir la verità.
Perché un uomo classe 1915 con i nipoti si addolcisce più dell’arancia più dolce che trova nell’aranceto.
Di nuovo la porta.
Un sussulto di tutti. E di nuovo gli occhi vanno alla ragazza bionda che legge “zibibbo”.
“Ma che ci sarà scritto mai…” si chiedeva Rosa, troppo curiosa per natura, “forse le tecniche di coltivazione della vigna”, ma non sembrava un libro specialistico, non riusciva neanche a scorgerne l’autore.
Galleria.
Luci rotte.
Il buio concilia i pensieri che si susseguono, si accavallano e tornano a nonno Peppino. Spentosi come aveva vissuto, con stoica sopportazione della vita, era la vita stessa che aveva un debito con lui, e forse più d’uno.
Di nuovo la porta, stavolta fragorosa e maleducata.
E gli occhi di Rosa di nuovo sul libro.
E sui ricordi. Quanta uva zibibbo aveva mangiato con nonno Peppino, chili, forse quintali.
E lui ci metteva anche il suo mezzo bicchiere di vino, rigorosamente dolce, con qualsiasi pietanza.
 Un uomo classe 1915 che non se ne intendeva molto di vini.
Addolciva tutto per addolcire la vita, forse?
Rosa non voleva ricordare i fatti tristi, perché lui non lo era, era una colonna e sorrideva, scherzava e andava fiero di come – almeno in questo- la natura fosse stata benevola: un uomo classe 1915 che dimostrava almeno 15 anni di meno.
E ne andava fiero, eh si, se ne andava fiero: fisico scattante e mente lucida. Che sia stato tutto quel dolce che mangiava?
Il treno si ferma. Un guasto forse.
E i pensieri pure. Si aspetta.
E poi il controllore con indifferenza annuncia i gentili viaggiatori che i tecnici sarebbero arrivati chissà quando e chissà da dove, che potevano gentilmente scendere, insomma, perché il treno non si ripara.
Rosa è sconsolata, ma è rassegnata, va tutto cosi’, e poi, ultimamente interpreta una donna che sta facendo pace con la vita.
Ormai è l’ora di pranzo, ma nella stazione è tutto chiuso.
Si siede e aspetta, non sa cosa.
Rimane cosi’, un po’ guardandosi intorno. Non passa nessuno. Né treni, né cristiani, neanche un cane.
Ad un tratto, pero’, attraversa l’unico binario col cuore pieno di sorpresa ed incredula tenerezza.
Dalla parte del mare, un vigneto d’uva bianca raggiungibile a piedi.
Cosi’ Rosa l’attrice, stanca e affamata, pranza ancora una volta alla tavola di nonno Peppino classe 1915, con un grappolo d’uva zibibbo e con gli occhi pieni di lacrime.

QUELLO CHE HO PERSO

Il treno che ho perso la mattina del 29 novembre 2009 mi segno’ la vita per sempre. Non so se in bene o in male, perché i bivii sono tali proprio perché imbocchi una strada e non saprai mai dove ti avrebbe portato quella che non hai scelto.
Il problema fondamentale, pero’, è che io non avevo “scelto” di perdere il treno. E’ capitato.
E non credo nel destino, nelle strade già segnate, nei disegni divini.
 Semmai credo negli orologi, quello si, e nei ritardi, ed in una bambina che ti fa perder tempo.
Si, mia figlia Federica, che quella mattina non voleva proprio sbrigarsi.
Federica è una bambina di 6 anni, brunetta, con la frangia, fisico minuto, come il mio, occhi scurissimi e vispi, risposta sempre pronta quasi a rasentare l’impertinenza.
 Anzi, no è proprio impertinente, e se lo dico io che sono sua madre è vero.
Fede frequenta la prima elementare con grande profitto: sono orgogliosa di lei, è originale, intelligentissima, sensibile –anche troppo, e spesso parla da sola.
Non lo considero un problema, non ha fratelli, non ha padre, ed è un vulcano, credo sia quasi normale parlare da soli in questi casi.
Ma ha 6 anni e non ha il benché minimo concetto del tempo.
E, infatti, abbiamo perso il treno.
Pur avendo svegliato Federica all’ora giusta, lei, a pochi minuti dall’uscita da casa, cincischiava con i suoi piccoli giocattoli, libri, peluches.
Ma è normale, è una bambina. Ed è la mia vita.
Specie da quando suo padre se ne è andato: doveva vivere la vita, mi ha detto. Boh? Ma quale vita? La sua vita era Federica, ormai, come lo era per me.
Lui girava il mondo, ogni tanto tornava con un regalo esotico e nulla più.
Federica lo amava lo stesso, come il pulcino che, quando esce fuori dal guscio segue chiunque si trovi li’ nei paraggi.
Federica avrebbe potuto amare un gatto o un cane, o venerare un Caravaggio se glielo avessi messo dinanzi alla culla. Se lo avessi avuto, beninteso.
E quello era un altro treno che avevo perso, non perché avevo fatto ritardo, ma perché era proprio partito senza aspettare nessuno, di notte, come i ladri, come i vigliacchi.
Lasciandomi sola con Federica.
Il treno era perso, quello vero intendo, quello che sta sui binari e non si muove, basta salirci sopra e ti porta dove vuoi andare. Che sicurezza. I binari. Non si spostano. Paralleli. Ben conficcati nel terreno. Anche in galleria. Non c’è paura.
La paura che la nostra vita potesse deragliare dopo quell’abbandono. E invece no. Io e Fede siamo rimaste sui binari.
Ma quella volta, capperi, l’avevamo perso.
Come io avevo perso la memoria delle cose belle, chissà se anche Federica, cosi’ piccola, non ricordava più le cose belle della nostra vita ante-vigliacco.
Perdere la memoria è una cosa brutta e umiliante per sé stessi.
Il medico mi aveva detto che era lo stress del momento. Ma io mi sentivo indifesa e maledettamente perdente.
Pure questo mi aveva lasciato il treno vigliacco che se ne era andato lasciandomi sola sulla banchina con la bambina in braccio?
I miei pensieri viaggiavano spesso a come sarebbe stato se, come avrei fatto se…ma solo una cosa è vera: è il treno che ha deciso di andarsene. Punto.
Ed ecco un altro treno che va via, ma stavolta è colpa nostra. Abbiamo fatto ritardo.
Dal medico, pero’, ci dovevamo andare comunque. Avevamo un appuntamento per la visita di Federica.
La bambina soffriva di sincopi, sveniva, cosi’, all’improvviso, senza un perché.
Altra fonte di preoccupazione.
Le cose che accadono senza un perché faccio difficoltà ad accettarle, perché ho l’ansia del controllo. Specialmente su di lei.
So che è una cosa sbagliatissima. So che potrei non farla crescere serenamente.
Ma quando lei sviene mi sembra di morire. Vorrei morire pur di non vederla cosi’.
Il treno è partito senza di noi, quello della tranquillità.
Comunque dal medico bisogna andare, per forza.
Alla stazione, con Federica per mano, vestita di un cappottino rosso ed un cappello bianco di lana con un vanitoso fiore sulla fronte, cercavo qualcosa, qualcuno per risolvere la situazione.
Uscimmo fuori dalla stazione, nella Piazza, per informarci del tragitto degli autobus.
Niente, nessuno sapeva niente.
Nessuno sa mai niente!!
Glielo devi spiegare tu cosa hai perso, quel treno, cioè, che cosa significava per te, e che ne devi prendere assolutamente un altro.
Federica era stanca, la misi a sedere su una panchina, mentre io mi affannavo a cercare una soluzione e, soprattutto ad avvertire il medico che avremmo fatto ritardo. Di aspettarci.
Come era importante che ci avrebbe aspettato!
Il prossimo appuntamento sarebbe stato troppo lontano nel tempo.
A volte ti senti pronta alle prove che la vita ti riserva, ma ci arrivi in ritardo.
Come il treno che non ti aspetta.
Dopo aver cercato, inutilmente una soluzione, mi avvicino a Federica, per controllarla.
Lei, come dovevo aspettarmi, chiacchierava con un ragazzo.
Troppo socievole, pensavo, beandomi, pero’ di questa figlia ai miei occhi eccezionale.
Lei, uno scricciolo di 6 anni, da poco al mondo, e sicuramente senza punti cardinali, né bussola, mi “presenta” un tizio che, a ben vedere, aveva tutta l’aria di un viso conosciuto.
Lei mi dice: “Mamma, lui ha la macchina!”
Ed io, prendendola per mano e tirandola a me: “Federica, lascia stare il signore!”
Il signore in questione era un mio ex compagno di scuola che mi dice “come, non ti ricordi di me?”.
Maledetto treno che ti sei portato via la mia memoria.
Rifatte le presentazioni di rito, quest’angelo, venuto chissà perché, come, e da dove, si offre di accompagnarci.
Di solito non accetto passaggi da persone sconosciute, ma visto che in effetti, anche se io l’avevo cancellato dalla mia mente, non era sconosciuto, era un mio compagno di scuola – salito sul treno dell’oblio – accettai con piacere.
Federica era al settimo cielo, non perché volesse andare dal medico, ma perché aveva gestito l’operazione “trovare il passaggio” in maniera efficiente.
Il nostro “salvatore” si chiamava Roberto.
Belloccio, pensai, deve essere cambiato molto dai tempi della scuola.
 Alto, con i capelli castani e gli occhi dolci. Mani grandi che danno sicurezza, come i binari del treno. Oggi era lui il nostro treno.
Era distinto, gentile, attento, quasi un uomo “d’altri tempi”.
Apri’ lo sportello della macchina a Fede, che si senti’ come la reginetta che va al ballo delle debuttanti, e lo apri’ anche a me, che fui discretamente colpita da tanta galanteria.
Ah, pero’, pensai. Ma questo qui non è uno che si dimentica facilmente. E partimmo.
Io durante il viaggio non feci altro che ringraziarlo con profusione di scuse e promesse di rimborsi e simili stupidaggini che in quel momento di imbarazzo, ma di gratitudine riuscivo a pronunciare.
Lui mi ascoltava e dava poco conto ai miei tentativi, molto goffi, di ricambiare in qualche modo la sua gentilezza.
Era Federica che lo incuriosiva e divertiva, sin da quando si erano conosciuti sulla panchina. Ed avevano iniziato a raccontare una favola o un gioco…
Roberto le aveva detto di essere un Supereroe.
Figurarsi quel diavolo di bambina, come poteva aver acchiappato al volo la possibilità di volare con la fantasia.
Lei gli faceva mille domande. E lui paziente, divertito e, devo dire fantasioso, rispondeva con la prontezza di uno che Supereroe lo è veramente.
Le raccontava di non aver paura della “criptonite”, di non aver paura di nulla o quasi.
Certo, del terremoto si, Federica, anche dei rapinatori, Federica.
E della tristezza, e della malinconia.
E, allora, chiese lei: “Che Supereroe sei?”.
 “Un Supereroe senza poteri” rispose Roberto candidamente.
Fede resto’ per un attimo basita. Ma poi, questa scoperta, cioè che potessero esistere i supereroi senza poteri l’aveva incuriosita ancor di più.
E poi lui era simpatico, divertente e le raccontava le storie di questo Supereroe un po’ goffo e sbilenco che viveva una vita normale, normalissima, ma fatta di tanti “salvataggi”, come il nostro, e di sorrisi.
Perché un Supereroe deve saper sorridere.
E se ti vede alla Stazione, Fede, tu sola con la tua mamma, ti prende con la sua super macchina e ti porta subito dal medico.
Ma questo non è un Supereroe, Roberto! Fa Federica, con l’aria di chi la sa lunga.
 E invece si, dico io, anche se non ha i poteri Roberto è un Supereroe.
Roberto ci accompagno’ dal medico e aspetto’ li’ che Federica venisse visitata.
Io non credo nel destino, nelle strade già segnate, negli incontri predestinati. Credo come dicevo, negli orologi ed ora anche nei treni.
In quei treni che ti aspettano, che non vanno via come vigliacchi nella notte, nonostante le lancette che girano.
Adesso io, Roberto e Federica viviamo insieme da un anno.
Federica non parla più da sola e sembra serena, io sono felice perché ho trovato il mio Supereroe senza poteri, e viaggiamo spesso. In treno.

martedì 5 aprile 2011

IL CIRCO BIZZARRO

La banchina della stazione non era stata mai calpestata da tanti piedi contemporaneamente. C’erano voluti pure i due vigili, mandati dal Comune, per dar forma ed ordine a quella teoria di saltimbanchi, scimmie nane, trapezisti, domatori e ancor di più che doveva prendere il treno delle 7.15.
Era il treno più affollato, di solito, quello degli studenti e degli insegnanti, ma anche di frotte di indiani coi coloratissimi turbanti.
E poi c’era il solito Domenico “il pazzo dei treni” che praticamente sul vagone ci viveva; era, per cosi’ dire, un controllore ad honorem, con tanto di cartellino attaccato alla giacca, “conferitogli” da qualche buontempone di capostazione.
Domenico controllava i biglietti con gran serietà, forniva informazioni sempre puntuali sulla tratta, quella che lui percorreva, di circa dieci Km da Ricena a Giraci, andata e ritorno, più volte finché non si faceva l’ora di pranzo. E poi tornava a casa, solo, si vicino al fratello con moglie e figlio, ma sempre da solo.
Tornando alla confusione in stazione, il capostazione, i vigili, ed anche Domenico, cercavano di agevolare la salita sul treno di tutti quegli strani  soggetti, anche a costo di lasciar fuori tutti gli altri.
Eh si, perché la gente di Giraci ormai ne aveva avuto abbastanza di una settimana di Circo Bizzarro.
Mai nome fu più appropriato per un circo ‘di tradizione di fasti e splendori’, cosi’ diceva la locandina.
In realtà era il circo meno ortodosso e più onirico di tutti i circhi del mondo.
Figurarsi che i paesani avevano messo lo zucchero nei serbatoi delle roulotte.
Che buontemponi!!
Ecco perché la strana cricca aveva dovuto prendere il treno, il resto della struttura l’avrebbe portata il camion.
Insomma, grazie alle forze di sicurezza all’uopo spiegate, di cui si diceva, faceva parte anche Domenico, ‘sti circensi salirono in vettura.
Stipati nel vagone malandato, si portarono dietro una scimmia in tutù rosa, un cane che non la smetteva mai di abbaiare e colombe che facevano la cacca ovunque.
Domenico era eccitatissimo perché, evidentemente, il controllore, che non aveva nessuna voglia di avere a che fare con i circensi, gli aveva conferito il comando dell’operazione: gestire il Circo Bizzarro per i soliti dieci Km in cui Domenico di solito esplicava la sua competenza.
Domenico osservava.
C’era una donna grassa e unta con i capelli lunghi, neri e anche quelli unti, vestita di un largo camicione color argento a stelle blu. Stanca, dormiva.
 Doveva essere di certo la donna cannone, penso’ Domenico; non rammentando che quando lui era andato a vedere lo spettacolo, di cannoni non ce n’era manco l’ombra.
Ed in effetti si trattava dell’ ammaestratrice di colombe che, poiché dormiva, avevano invaso tutto lo scompartimento e non davano nessuna impressione di voler piegarsi al suo volere.
Lei, l’unta e bisunta, faceva anche la bigliettaia.
Si sa, nei piccoli circhi, seppure “di gran tradizione”, tutti dovevano fare tutto.
Questa è la legge dello spettacolo.
Seduta vicino a lui c’era una creatura sottile ed amabile, con gli occhi grandi, celesti e pieni di tristezza. Bionda, con i capelli legati dietro a crocchia. Le gambe lunghe e sottili nella calzamaglia rosa da ballerina. Anche le mani aveva magre, e le dita da pianista.
Doveva essere la figlia della donna cannone, un po’ le rassomigliava e la ricordava nei tratti, ecco “nei fasti e negli antichi splendori”, come il circo Bizzarro.
La ballerina guardava insistentemente alla sua destra.
Li’ c’era seduto un ragazzone alto, con i capelli rasati e gli occhi verdi; era il domatore, di cani.
Non ridete.
Di questi tempi tra crisi e ambientalisti, un leone non si trovava neanche ad andare direttamente in Africa a prenderselo.
Quindi il bellimbusto insegnava a questi cani, otto per la precisione, a fare rete con un pallone, in uno pseudo campo di calcio, quattro da una parte con mutanda, pardon, pantaloncino verde, quattro dall’altra con pantaloncino giallo.
La ballerina lo guardava rapita in estasi, si intuiva che pendeva dalle sue labbra.
Anche un matto come Domenico lo capiva che lei era innamorata di lui.
E chi più di un folle puo’ capire l’amore?
Non aveva capito pero’ se lui ricambiava, la guardava, si, con sguardo fiero, come quegli uomini che hanno sempre bisogno, per sentirsi importanti e forti, di qualcuno che li adori, per far star zitta quella voce che hanno dentro e che gli dice: non vali niente!
Ecco, la ballerina come i cani.
Il domatore, pero’, chiamiamolo cosi’, sfidava le sue possibilità.
Guardava con insistenza la trapezista, che era anche contorsionista e addetta ai pop corn.
Non alta, bella di una bellezza quasi esotica, scura, dagli occhi intriganti, capelli lunghissimi e, manco a dirlo, corpo sinuoso e flessuoso.
Lui la cercava con gli occhi smanioso, guardando un po’ lei, un po’ la ballerina.
Era evidente che giocava con troppi assi in mano, il farabutto.
E, sicuramente, pensava Domenico, i suoi sogni notturni erano animati dalla trapezista, la quale sapeva calibrare gli sguardi, la loro intensità e durata per farlo cuocere a fuoco lento.
Bé, c’era una sostanziale differenza fra le due donne:
la ballerina si struggeva d’amore, un amore romantico e incondizionato; la trapezista era consapevole della sua femminilità e, in fondo, aveva molte frecce al suo arco: il domatore poteva aspettare.
Ma tu guarda quante cose aveva capito Domenico!
Eh già. In questo era allenato: quando sei il pazzo del paese tutti ti conoscono, tutti sanno chi sei, tutti ti guardano, ma nessuno ti vede e nessuno ti parla.
E allora Domenico, senza discorsi tra i piedi si era esercitato a capire le parole degli sguardi.
E il suo sguardo si poso’ sul clown, o quello che doveva essere il clown, col vestito di scena, ma senza trucco.
Aveva il viso di un dittatore iraniano, ma senza bombe, senza cattiveria, solo infinita tristezza.
Domenico capi’ che era il marito della donna unta delle colombe, perché lei lo comandava con lo sguardo, come faceva con le  colombe.
Era l’unico che non parlava, che guardava fuori dal finestrino; rapito, o meglio in cerca d’evasione. Forse le risate erano per lui diventate una gabbia, né dorata, né di ferro, ma gabbia del cuore i cui cardini non si allentavano neanche quando, a comando, faceva ridere i bambini.
 Il clown faceva anche le foto, dopo lo spettacolo, agli spettatori che volevano essere immortalati con la scimmia ballerina. Sempre la stessa foto, sempre la stessa scimmia, sempre lo stesso sfondo…anche la gente sembrava sempre la stessa, anzi, ormai il clown ai visi non ci faceva più caso; erano come delle sagome bianche che riflettevano i limiti di quel tendone, fatto non di stoffa, ormai, ma di pietra.
Domenico, dopo aver controllato i biglietti di tutti, si sedette con loro e, tra chiacchiere e giochi di parole, oramai se li era fatti amici.
Pensava che, dopo tanti anni, quello era il posto più normale che gli era capitato di frequentare.
Né il paese indifferente, né far finta di controllare i biglietti ( perché lui LO SAPEVA che faceva finta!!) e men che meno i ricoveri in ospedale, gli avevano dato quella sensazione di accoglienza e giocosa familiarità.
Il viaggio di Domenico volgeva al termine, ma arrivato alla stazione di Giraci, un piede sul predellino del treno, con il cappello a cilindro e la giacca da capostazione, urla ad un passante: “Dite a mio fratello Giuseppe che non torno: mi hanno fatto Direttore del Circo!!”

IL BAR DELLA STAZIONE

Ascanio aveva circa cinque anni quando si trasferi’ con mamma, papà e tre fratelli da Milano a Roccaseri. Un paesino del profondo sud dimenticato da Dio e da tutti.
Per arrivarci aveva dovuto affrontare un’interminabile viaggio in treno dove i viaggiatori, che davano l’idea d’esser già stanchi ancor prima di partire, sembravano figure disegnate, immobili su quelle quinte a fare i mimi di una vita rassegnata e spenta.
Ascanio, invece no, lui ci giocava su quel treno, meraviglioso luogo di magia, dove la sua già fervida immaginazione animava giochi di draghi, cowboy, cacciatori, donzelle da salvare e castelli.
Bastava solo guardare fuori dal finestrino e lo spettacolo poteva avere inizio. Voglio dire la scenografia c’era, lui ci metteva tutto il resto.
A dir la verità, Ascanio non era un bambino come gli altri, neanche come i suoi fratelli. Era dotato di grande intelligenza e creatività, per questo non si annoiava mai.
Aveva iniziato a contare presto, per intuito, a distinguere i pari dai dispari. E, la cosa strabiliante, era che coi numeri ci giocava e ne riconosceva la forma, prima che il valore, e li animava come soggetti veri.
Stessa cosa con le lettere, solo guardando i suoi fratelli e i libri, aveva imparato  a scrivere i segni grafici di cui poi, chiedendo un po’ in giro, ne aveva ricollegato i suoni.
Era diventato cosi’ bravo che ormai non solo leggeva, ma lo faceva girando il libro al contrario perché nella maniera “giusta” si annoiava.
Arrivati a destinazione furono accolti in pompa magna dall’assessore Gambardella e moglie, vari altri notabili del paese, nell’attesa che il sindaco – in persona – consegnasse le chiavi dell’alloggio al papà di Ascanio, rappresentante temporaneo del Governo proprio li’ a Roccaseri.
Situazione, questa, noiosissima per il nostro piccolo eroe che si rese subito conto, pero’ che avrebbe abitato niente meno che in Piazza Stazione!
Senza dire niente a nessuno, scese le scale velocemente –abbastanza velocemente- per via di qualche chiletto in più- con pantaloncini e maglietta a righe.
Attraverso’ tutta la piazza a passo svelto e, nell’afoso pomeriggio, il rumore dei suoi sandali di cuoio risuonava rimandando intorno le tonalità perfette del suono, come se si trovasse al centro di un teatro greco.
Eccola! Finalmente.
Con gli occhietti furbi e sgranati si fermo’ a guardare la piccola, ma dignitosa stazione del paesino sperduto del sud.
Fece un’entrata trionfale, senza tema né paura, come i cavalieri, e trovo’ a sinistra la biglietteria, chiusa, diritto davanti a sé c’erano i binari, due. A destra c’era lo stolido baretto dove avrebbe passato tutta l’estate in compagnia di un’umanità varia che lo avrebbe accettato e accolto come in una strana famiglia.
Alle cinque montava il capostazione, Toto’, non prima perché al sud il dopopranzo è sacro, per via della pennica.
Il primo incontro che lo segno’ per tutta la vita fu proprio con lui, il capostazione Toto’ che indossava la metà della divisa perché giu’ faceva caldo e “ la giacca non si resiste, picciricchiu”, come diceva lui e prendendolo per la mano se lo porto’ al bar della stazione per offrirgli una limonata e presentarlo uffialmente ai proprietari e agli avventori abituali.
Ascanio sentiva di vivere in un sogno. “Essere amico del Capostazione, perbacco!”, come se anche lui fosse stato accolto da un notabile del paese, come papà.
E poi c’erano i treni. Due al giorno.
Quindi Toto’ non è che lavorasse molto. Pero’ aveva un compito fondamentale: far suonare la campanella di avviso quando passavano i treni in transito per fare in modo che chi occupava la banchina si spostasse.
Ecco qui.
Quindi anche Toto’ era felice che ogni santo giorno Ascanio si presentasse ormai con sempre minor timidezza alla stazione.
Il resto del tempo- cioè quello intercorrente tra il suono delle due campanelle- lo trascorrevano al bar.
Un bugigattolo che vendeva di tutto, dai giornali, alle sigarette, al sale ,ai biglietti per le tratte brevi (eh, certo la biglietteria era chiusa), ai film porno, ai profumi, oltre naturalmente a servire caffè orribili e le famose limonate.
Ascanio ne prendeva una al giorno: la “scirubbetta” come diceva Toto’. E se la sorseggiavano come due vecchi amici seduti alla panchina dentro la stazione.
A volte ci si sedevano anche gli altri avventori abituali del bar, tutti rigorosamente coi loro soprannomi.
Nessuno, o quasi, conosceva i loro veri nomi, forse neanche i parenti.
Toto’, infatti, aveva raccontato ad Ascanio che quando li’ la gente moriva sui manifesti si scriveva sempre il soprannome o la “’ngiuria” per poterli riconoscere.
Ascanio rimase colpito da questa cosa, quasi turbato e quando racconto’ il fatto a casa, la cosa venne liquidata da sua madre come una delle “incomprensibili” usanze del luogo.
Ascanio l’aveva capito che sua madre non ci si trovava bene li’ e non vedeva l’ora di andarsene. Come i suoi fratelli che avevano lasciato gli amici a Milano.
Suo padre, invece, lo faceva per lavoro, ci era abituato, ed aveva capito che la nuova realtà aveva stimolato non poco il suo figlio speciale.
Bé, tornando alla stazione e ai soprannomi, il bar era frequentato, fra gli altri, dal “poeta”, un uomo sulla quarantina, che fumava come un turco e prendeva il caffè del bar – il che deponeva a suo sfavore-. In più declamava Baudelaire, ma li’ nessuno era in grado di smentirlo, perché nessuno conosceva Baudelaire, né tantomeno le sue poesie.
Probabilmente quando sarebbe morto avrebbero scritto Baudelaire sul manifesto funebre, se quelli delle pompe funebri ne avessero trovato scritto da qualche parte il nome esatto da ricopiare.
Poi c’era il proprietario del bar, un uomo grassoccio e paonazzo in viso. Teneva i giornali in vendita tutti dietro al bancone cossicché chiunque ne avesse voluto comprare uno doveva indicarne almeno dieci prima di individuare quello giusto.
A “u picciricchiu” lui era molto simpatico perché quando entrava nel suo bar “u ‘mbriacuni” (questo era il suo soprannome) gli chiedeva :”Ascanio, il solito?” e si riferiva alla scirubbetta.
Questo lo faceva sentire meravigliosamente importante.
Tutto questo grazie a Toto’.
Il Capostazione era un uomo solo. Lui e sua moglie non avevano avuto figli e, dopo trentacinque anni di matrimonio lei mori’ portandogli via anche quell’ultimo anelito alla vita che gli restava.
Era un uomo fondamentalmente buono, e con un animo accogliente. Sempre pronto e generoso con gli altri. L’affetto umano gli mancava come l’aria. Non era triste, pero’, era troppo impegnato a colmare il vuoto incolmabile non dei figli che non erano venuti, non della moglie che era mancata, ma il vuoto della vita. La vita che ti sfugge di mano, che ti ferisce, che ti fa vivere le emozioni sempre come una frustata sulla schiena. Era fatto cosi’ Toto’, un uomo che non riusciva ad avere certezze, ed aveva trovato – i casi della vita- quel lavoro un po’ noioso, si’, ma che gli dava l’opportunità di conoscere gente, di vedere passare l’umanità più varia davanti ai suoi occhi. Magari in pochi lo notavano, ma lui riconosceva gli altri, sapeva chi erano i buoni e i cattivi, chi era di fretta chi viaggiava per lavoro e chi per diletto, chi partiva per raggiungere il suo amore e chi andava ad un incontro “segreto”. E cosi’ partecipava della vita degli altri. Solo guardandoli. Guardandone i gesti, l’abbigliamento, gli atteggiamenti, ascoltandone le parole, parole dette di sfuggita, sul predellino del treno.
Poi c’era la moglie del proprietario, una donna sempre zitta, con gli occhi che guardavano perennemente in basso, che aveva le fattezze e le sembianze delle antiche statuette votive che simboleggiano la fertilità. Anche se stava come abbandonata nel bar della stazione di Roccaseri lei era la Grande Madre Terra, fianchi e seni grossi.
La sua particolarità era che, a memoria d’uomo, si fa per dire, sta cristiana, non aveva mai parlato.
Si esprimeva a gesti. Gesti calmi, concreti, non da sordomuta, perché lei ci sentiva benissimo e parlava, si parlava. Almeno al matrimonio aveva parlato, aveva detto si a quell’uomo paonazzo che s’era sposata trent’anni prima.
Ormai, pero’ tutti la capivano anche da quel modo strano ma autoritario di indirizzare lo sguardo e “muovere il mondo”.
Il giovedi’, poi, un tizio prendeva puntualmente il treno per Racasini, tutto elegante, con una cravatta rosa al collo e vestito di grigio, portava in mano un  bella borsa di pelle da lavoro. Ascanio gli diede il soprannome “ u signurinu” e tale resto’.
E la cosa provoco’ grandi applausi e complimenti e scirubbette gratis da parte di tutti.
Il bambino di Milano si era ormai integrato, era uno di loro. Ascanio era felicissimo, non si era mai sentito cosi’ accettato e benvoluto in vita sua.
A casa, ovviamente, neanche racconto’ l’episodio, non avrebbero capito, loro che avevano fretta di scappare, che non frequentavano nessuno, non avrebbero capito che lui, Ascanio, era ormai di Roccaseri, anzi, più precisamente, della Stazione di Roccaseri.
Ormai in quel luogo di orchi, folli e debosciati ci si ritrovava a meraviglia perché Ascanio vedeva tutto con gli occhi della purezza, andava oltre le apparenze, “sentiva” gli altri e si era adeguato a tutta quella varia umanità che i suoi genitori, se avessero conosciuto, avrebbero certamente disapprovato.
Insomma era felice, era un bambino di sette anni sereno e felice.
Ma poi successe qualcosa a Toto’.
Precisamente tra la prima e la seconda campanella Toto’, sulla banchina, sotto gli occhi di Ascanio, del poeta, di “u ‘mbriacuni” della “Madre Terra”, si accascio’ a terra. E non era il caldo , lui ci era abituato, e poi la giacca non la metteva mai.
Aveva gli occhi riversi all’insù quando arrivo’ il medico che disse che era morto.
Ascanio senti’ il cuore rimpicciolirsi, il viso pietrificarsi e tutto serio con lo stesso passo svelto con cui era arrivato la prima volta scappo’ verso casa.
Si chiuse in camera senza dare spiegazioni. Solo, voleva stare solo. Il dolore era troppo grande per un picciricchio di sette anni.
Nel primo pomeriggio già dalla finestra aveva visto i manifesti funebri con su scritto “ Toto’ u Capustazioni”.
Era vero. Non era un sogno. Era tutto vero. E cosi’ riusci’ a piangere. Di un pianto bambino, come solo i bambini sanno fare. Un pianto con lacrime e singhiozzi che, sincopati, scandivano il sussultare del suo petto. Era un pianto liberatorio. Era un pianto di solitudine. Ma le campane che suonavano a morto gli ricordarono di guardare l’orologio.
Era l’ora!
Scese le scale veloce, attraverso’ tutta la piazza con i suoi sandaletti di cuoio ed entro’ in Stazione.
Toto’ non c’era, lui lo sapeva, ma il treno in transito era li’ lo vedeva lontano.
Cerco’ di distendere il braccio più che poteva per arrivare al pulsante in alto e, quando il treno passo’, la sua manina sinistra stava già facendo suonare la campanella di Toto’.

DALLA PARTE DEL MARE

Arrivando alla stazione, trafelata, trovai a quell’ora insolita del mattino, poca gente ad aspettare il treno ad un vagone. Percorrendo un  piccolo tratto di costa, portava al capoluogo.
C’era il sole, nitido, e che prometteva primavera, ma corrotto da un vento freddo e sferzante.
E’ tutto cosi’, nella vita: il bianco convive col nero ed i tuoi occhi percepiscono i grigi.
I contrari coesistono, si combattono, si sfidano a singolar tenzone, cercano di sopraffarsi l’un l’altro.
A volte il cuore riesce ad unirli, o a cogliere il meglio che c’è nei due. Nella maggior parte dei casi, pero’, continuano a vivere dentro le persone, nettamente distinti e combattono per tutta la tua vita, albergando nella tua mente, senza permesso, e condizionando la vita del povero ospite malcapitato.
Ma chi li aveva invitati?
Come quando sul treno ti siedi dalla parte del monte, delle case povere costruite a ridosso della ferrovia, spesso incompiute, sciatte.
Di mattina, da quella parte non c’è neanche il sole che, attraversando i vetri del finestrino, diventa più caldo.
Se stai, invece, dalla parte del mare, trovi le pinete, le villette estive ben curate, i campi di calcio, qualche piantagione, perché no, e le palme.
Ma soprattutto vedi il mare, a volte piatto, a volte leggermente increspato.
Quella mattina il mare era urlante, “biancheggiava”.
Le correnti ed il vento si combattevano, o giocavano chissà, a farlo diventare grande e pauroso.
Come i contrari dentro di noi.
Ma guardare il mare dal finestrino di un treno, in una giornata di sole, dà sempre lo stesso effetto di calma, anche quando è agitato perché lui è li’, non va via, sai che quelle onde in superficie e più vicine alla costa, se vai lontano non ci sono più, basta arrivarci, anche solo col pensiero ed i contrari dentro di te fanno pace, anche solo per un momento.
Quella mattina l’orizzonte blu cupo era orlato di nuvole basse, appena un accenno, che mi ricordavano i bordi di merletto dei vestiti dei neonati o delle spose.
Altri contrari: i neonati vivono tra la simbiosi con la madre ed il loro destino di autonomia che inizia subito, non appena si guardano le mani e scoprono un altro essere distinto dal seno che li nutre.
Le spose, invece, rivivendo la storia degli esseri umani, che è sempre uguale, quella  di “confondersi” nell’amore per un altro, si guarderanno le mani e sapranno che esse servono a curare quell’essere dapprima in simbiosi che, un giorno, sarà libero ed autonomo, chiudendo, cosi’ il cerchio della vita.
Mentre la mia mente si perdeva negli antri della noia del viaggio in treno, dalla parte del mare, si sentiva  in sottofondo una coppia parlare animosamente.
Una coppia giovane, giovanissima e sicuramente innamorata.
Litigavano.
Lui era un ragazzo alto, con un fisico sportivo. Vestito con una tuta da ginnastica, portava una borsa sportiva, con su scritto il nome di una squadra di calcio locale.
Come feci in tempo a scoprire dopo, il calciatore non aveva una “mens sana in corpore sano”, anzi dal poco che ascoltai dei loro discorsi doveva avere una mente poco sviluppata.
Non si puo’ avere tutto nella vita. Anzi, forse lui era fortunato, lo sembrava, dal suo piglio convinto, che non ha dubbi.
Sicuramente dentro di lui non si animavano forze contrarie a provocargli dissidi.
Lei giovane, i capelli corti, nerissimi, ad incorniciarle il viso. Uno scricciolo di donnina, con i jeans e maglioncino aderente.
La lotta era impari, anche fisicamente,, ma lei era battagliera.
Tifavo per lei, ovviamente,non solo per difendere la categoria, ma perché dai loro gesti, da ogni singolo gesto, avevo capito che lui voleva difendere l’indifendibile.
Le toccava ora un ginocchio, ora una mano e, guardandola negli occhi diceva parole-che non riuscivo ad ascoltare per via dei rumori del treno- che sembravano di giustificazione.
Lei aveva grandi occhi verdi, dalle ciglia lunghe che sembravano non credere ad una parola di quello che lui diceva.
Chissà che aveva combinato ‘sto farabutto. Sentivo solo: “ti giuro che non è vero!”
Ah! Ecco svelato l’arcano : aveva fatto il cretino con un’altra!
Ma la cosa che avevo notato era che lui, lo “sportivo” non perdeva mai la sua fierezza di uomo, il suo atto di “contrizione” non era in fondo sincero.
Perche lo avevo capito? Perché lo dicevano i suoi gesti.
Stava lontano da lei, con la schiena attaccata al sedile, sguardo duro, testa e mento in alto.
E che si fa cosi’ a chiedere scusa??
Lei lo accusava con gli occhi, con le mani, agitandole, puntandogli il dito contro, e scostandogli con astio e asprezza quella stupida mano sul ginocchio.
Era offesa. Offesa e delusa, ma allo stesso tempo aspettava qualcosa, forse quella parola giusta, quell’atteggiamento di apertura che doveva esprimere amore e invece mostrava, ahimé, un uomo senza contrari.
Come era prevedibile, la situazione precipito’ e lei comincio’ a piangere.
 E lui, sempre più colpevole, né un bacio, né una carezza, ma freddo inchiodato nel senso di colpa che lo rodeva da dentro, era una statua di sale.
Idiota, pensavo, ci vuole cosi’ poco per convincere una donna che vuole disperatamente amarti!
Ma l’atleta non aveva i mezzi, poveraccio, teneva il punto, ovviamente, non perché era forte, ma perché non sapeva fare altro.
Sarebbe bastato un bacio sulla fronte, o guardarla negli occhi, sarebbe bastato prenderla e avvicinarla a sé. Ma lui no! Uno senza contrari, senza grigi, senza dubbi.
Ormai la singolar tenzone si svolgeva in tre, i due fidanzati che litigavano ed io, che con lui ci litigavo attraverso tutti gli uomini come lui che avevo conosciuto.
Lui non era contro di lei, non se lo poteva permettere,  ma combatteva, piuttosto, contro le sue stesse colpe in lei personificate, e non sapeva come giustificarsi.
Lei lo attaccava, ma in fondo stava dalla sua parte, tifava per lui, sperava quasi in un ravvedimento tardivo, che le desse un appiglio per giustificare quell’amore faticoso, ma bellissimo, lacerante, ma irrinunciabile.
Lei era bella e piena di contrari.
E piangeva.
E cosi, piangendo, lui la lascio’, arrivato alla stazione, e, liquidandola con una stretta al braccio, le disse : ”ci sentiamo dopo”.
Idiota! Io pensavo.
Ormai lo odiavo.
Lei evidentemente scendeva ad un'altra stazione e rimase li’ immobile , senza neanche guardarlo, con la testa appoggiata sul finestrino che dava sul lato dei monti,delle case vecchie e brutte.
In quel momento lei era tutte le donne.
 Quelle che incappano, per volere o per caso in una situazione stretta e odiosa, da cui non sanno divincolarsi. Le donne-dipendenti di una dipendenza psicologica che le fa soffrire e gioire, ma tremare allo stesso tempo per la paura di perdere l’ immeritevole idolo del loro malato amore.
La guardavo, forse con troppa insistenza che, lei girandosi se ne accorse.
Si stava asciugando le lacrime e ci guardammo per un tempo che non saprei dire lungo o breve.
Un tempo che ci uni’ in un luogo, me e lei, io al di là della sponda e lei in mezzo al guado. Annaspava lei, faticava, stremata e ferita aveva perso il controllo.
Conoscevo quella situazione, l’avevo superata e faticando, potevo finalmente, con distacco, riconoscere  i segni e le cicatrici, di un amore cupo, che ti attira e ti respinge.
I miei contrari si agitavano e combattevano, si soverchiavano l’uno sull’altro.
Ma decisi: mi alzai, la presi per mano e le dissi di sedersi vicino a me.
Mi sentivo la balia di Giulietta che soffre per Romeo.
E invece lui non era Romeo, era solo un cretino che era entrato a piedi uniti sul suo cuore.
Non parlammo per tutto il viaggio, non c’era niente da dire, eravamo due estranee in fondo.
E quando scese le dissi solo “ciao” .
 Ma, almeno, pensai, le avevo fatto trascorrere il resto del viaggio seduta dalla parte del mare col sole che entra caldo dal finestrino.

VERSO UN SORRISO

VERSO UN SORRISO
Quando Tamara lascio’ l’albergo in centro, il taxi l’aspettava già da un po’.
“Il tassametro gira, Signo’ ” disse il tassista senza muoversi dal posto guida.
Lei ricordava bene questi tizi e il loro modo di fare a volte simpaticamente invadente.
Oggi lo percepiva solo fastidioso.
Non aveva bagagli, li aveva spediti il giorno prima per poter avere più facilità nell’accudire, anche sul treno, la sua bambina di tre mesi.
Tamara andava alla Stazione Termini. Era diretta al Sud. Una sua cugina l’avrebbe ospitata finché Diletta non fosse stata abbastanza grande lasciandole il tempo di lavorare.
Per una russa che viaggiava per l’Italia, il lavoro era sempre quello: donna delle pulizie, badante, cameriera ben che andasse.
Tamara, anche lei, scappava dalla fame. Anche lei laureata in sociologia     e antropologia, figlia di un funzionario d’Ambasciata.
Suo nonno , di cui ancora conservava un piccolo dipinto, era un Ussaro. L’immagine lo ritraeva in alta uniforme rossa, con bottoni e alamari e decorazioni tutte dorate.
Tamara amava dire che discendeva dai Romanoff, si quelli trucidati durante la rivoluzione d’ottobre. Non si sa. Nessuno avrebbe mai saputo se era vero o no.
Ma poi, a chi importava se una bella ragazza russa con una piccolissima bambina al seguito, che cercava lavoro da sguattera, discendeva dalla casa Reale russa, di cui probabilmente le signore italiane, presso cui avrebbe dovuto prestare servizio, non ne avevano più memoria.
Ma, verità o no,Tamara entrava in Stazione con incedere elegante, con passo lungo, portando le magrissime gambe una davanti all’altra come una modella.
Magra, nonostante la recente gravidanza, portava in braccio la piccina con amore materno, ma con fiera compostezza.
Il viso di Tamara era piccolo, i lineamenti belli e regolari, gli occhi espressivi, verdi, quasi trasparenti e allungati, esotici.
In lei la Russia si era espressa nelle forme e fattezze migliori.
Peccato che la sua patria, oltre a quell’aspetto regale, non poteva darle più niente, né un lavoro, né cibo, né benessere.
Per questo anni prima era partita per l’Italia, dove per un po’ aveva fatto la modella, a Milano.
Poi aveva conosciuto il padre di Diletta che, a farla breve,  venuto a conoscenza della gravidanza, ebbe un improvviso impeto di sincerità e le disse di aver moglie e figli e di non avere nessuna intenzione di occuparsi di Tamara e del nascituro.
Anzi, che le avrebbe pagato tutto il necessario per andare a stare al Sud, dalla cugina, per vivere li’ con la bambina.
Ed eccoci cosi’ alla Stazione Termini.
Luogo di incontri, di incroci di vite. Di storie. Tristi, sbagliate, impegnate, ingarbugliate, felicemente caotiche, a volte. Dove si passava l’uno accanto all’altro senza guardarsi negli occhi, senza conoscersi o volersi riconoscere.
Tamara la guardavano ma non la riconoscevano.
Vedevano una bellissima donna dell’est, esile,dal bel portamento. Ma nulla più.
Non era un posto dove si metteva in gioco la vita, anzi la si ritraeva. La tua vita non poteva intrecciarsi con la mia.
E dire che era uno dei luoghi di più intensa umanità.
Se quelle stesse persone Tamara le avesse incontrate ad una festa, si sarebbero parlati, avrebbero scherzato, le avrebbero chiesto il numero di telefono.
Ma in questo caso Tamara viveva lo stesso destino di molti italiani.
La Stazione Termini era il simbolo dell’alienazione di molti, chiusi nel loro guscio dentro la loro città.
Incapaci di interagire con gli altri che guardavano si, ma non si riconoscevano tra loro come simili.
In questo senso il Sud era diverso, le avevano detto.
Specie i posti piccoli.
Sua cugina le aveva detto di trovarsi bene a Racasini, di conoscere un po’ tutti, specie perché c’era una piccola comunità di gente dell’est.
Certo, tutti, specie le donne, laureate,  pulivano condomini, case, badavano ai vecchi. Ma tutto sommato andava bene cosi’.
Gli italiani erano un popolo accogliente, ma diverso, troppo diverso.
 Gli uomini ti raggiravano, falsi e traditori. Le donne comandavano e viziavano i figli.
Questo sintetico riassunto le aveva fatto Luda, sua cugina. Anche lei, forse, vittima di un “vitellone” locale.
Tamara, salita sul treno si sistemo’ accanto ad una signora di mezz’età con i capelli rossi, occhiali da vista verdi che divorava una rivista di gossip, di quelle che si trovano dai parrucchieri.
Il treno era pieno e il viaggio abbastanza lungo.
 Diletta stava sul seggiolino comprato con i soldi con cui il suo papà aveva comprato il silenzio di sua madre.
Un’altra signora anziana seduta di fronte occhieggiava alla bambina.
Ecco dimostrata la teoria di Tamara: il posto diventa più piccolo e la gente comincia a “riconoscersi” come simile.
La bambina aiutava, certo, ma succede sempre cosi’.
La signora dagli occhiali verdi aveva messo via anche il giornale e sorrideva alla madre e alla bimba. L’altra signora anziana le accarezzava le manine. Chiedevano a Tamara come si chiamasse.
Due ragazze si alzarono dai loro posti ed ormai stavano in adorazione della piccola e di ogni suo respiro. Diletta stava li’, sul suo piccolo “trono” con l’umanità che, fino a poche ore prima incrociata in stazione, ora la riconosceva, la vezzeggiava, le sorrideva.
Tamara sapeva che il sorriso è la prima forma di riconoscimento tra simili.
E sapeva anche che dove stava andando l’avrebbe attesa un sorriso.
Quello del cuore di che si riconosceva tutti i giorni, perché si incontrava tutti i giorni.
La Russia questo sorriso non glielo aveva regalato. Ma sua figlia, nata in Italia, figlia di un italiano e italiana, quel sorriso l’avrebbe conosciuto bene e avuto dentro anche lei. Come gli Italiani.
Ormai Tamara e le signore chiacchieravano amabilmente. E cosi’ “vicine” parlavano delle loro vite.
Ecco gli incroci, ma stavolta erano intrecci, perché ci si guardava negli occhi, ci si sorrideva, le signore annuivano; come fanno tutti gli italiani.
Scendevano quasi tutte alla stessa stazione e Tamara aveva trovato promesse d’aiuto, di contatti per lavorare, di regali per la bambina.
E’ piccolo il posto. Si va a Sud.
Sorrisi, incontri, intrecci di vite.
Diletta si sveglio’. Piangeva. Aveva fame.
Tamara la avvicino’ al suo seno nudo con gesto naturale ed antichissimo.
La bimba si calmo’. E le signore una alla volta arrivarono alla loro stazione.
Tamara sorrideva. Dentro. Per cio’ a cui andava incontro Diletta.
 Quello era il suo primo viaggio e si dirigeva verso un sorriso.
Il treno si fermo’ a Racasini. Tamara allattava ancora.
La bambina era addormentata al seno materno. Nell’estasi di nutrimento e amore.
 Ma Tamara sembrava anche lei addormentata.
Il treno arrivo’ al capolinea.
Il controllore cerco’ di svegliare Tamara a cui una farfalla aveva chiuso gli occhi e la bocca per sempre, con una bambina italiana in braccio.
Erano immobili, come in un quadro, nella rappresentazione della sacralità di maternità e morte.
Era l’ultimo viaggio di Tamara ed il primo di Diletta.
Per entrambe fu il viaggio verso un sorriso.