martedì 24 maggio 2011

L'ALTRA OCCUPANTE

Era .
Era un secolo che non prendevo il notturno. Che non sentivo più quell’odore di grasso di rotaia ghiacciato nella notte, di polvere pungente, di pipi’ ed acqua sporca.
La nottata precedente l’avevo passata male. E questa si prospettava ancor peggiore.
Il sonno mi abbassava le palpebre, appesantendole, ed ancora il cuccettista e quella che sarebbe stata la mia compagna di viaggio non mi concedevano di riposare, finalmente, dopo una notte insonne. Perdevano tempo. L’uno con insignificanti controlli ai biglietti e l’altra con un fastidioso andirivieni per fumare.
 Fumava. Già.
 E la cosa mi infastidiva.
Stanca ero stanca si’. Di quella stanchezza che non è più stanchezza, ma dolore fisico e ottundimento del cervello.
La notte, per fortuna era mite, le serata era stata piacevole in città. Camminare per le strade ormai vuote per raggiungere la stazione mi aveva regalato un po’ di tranquillità e quella voglia di dormire che, sul notturno, se non ce l’hai, sei finita.
La mia compagna di viaggio, o dovrei dire,  l’altra occupante della cuccetta, per la precisione, aveva un viso spigoloso, ma al contempo amorevole, a tratti.
Era un’estranea e, come facevo di solito, la  guardavo perché sui treni ci si guarda, ci si scruta e si immaginano le vite degli altri.
Mi disse che non aveva sonno, che non era stanca e che sarebbe scesa prima di me. La sua stazione stava a circa un’ora dalla mia. Questa cosa mi aveva messo di malumore perché mi aveva fatto pensare alla levataccia dell’indomani per colpa di una spigolosa, amorevole estranea.
Dal suo modo di parlare capivo che era del Sud, come me.
Ma l’avevo già presa in antipatia e non le chiesi tutte quelle informazioni che, con malcelata indifferenza, estorco a volte per puro piacere cronachistico, o se vogliamo per morbosa socievolezza, ai miei compagni di viaggio.
Il treno era già partito da un po’ e le chiesi se, finalmente, potevamo spegnere la luce. Lei disse a malincuore di si, senza imitare almeno un po’ della mia grazia nel camuffare la mia antipatia verso di lei.
Lo spegnimento della luce lo decreto’: era ufficiale, ci odiavamo.
Il motivo non lo so.
La sua riluttanza a farmi passare una notte tranquilla non poteva esaurire tutte le motivazioni del mio odio verso di lei.
E’ che a volte tra le persone esistono delle voragini che le dividono ancor prima di conoscersi. Voragini le cui pareti opposte le puoi toccare con le mani, l’una di fronte all’altra ed accarezzarne le asperità. Altre volte, peggio ancora, queste contrapposte metà le puoi sentire con la mente, ed ugualmente ne senti i bordi e la distanza che intercorre fra l’una e l’altra.
Nonc’era alcun dubbio. Tra me e lei in quel momento ci stava un Grand Canyon d’antipatia e reciproca insofferenza.
Io con la luce spenta e lei con un cellulare acceso che emanava un raggio di luce che neanche fossero venuti a prendermi gli alieni.
Ma io l’ebbi vinta. Su di lei o su me stessa, non  lo so.
Crollai. Mi addormentai subito di un sonno profondo, come quei sonni fetali in cui il mondo crolla giù e tu sei li’ che dormi. Ma io non ero più nell’accogliente ventre materno e la prima (delle tante) volte che l’ “altra occupante” apri’ la porta dello scompartimento sul laido e fumoso corridoio del treno, mi destai.
Svegliata cosi’ bruscamente, ero talmente confusa ed inerme che avrebbero potuto scaraventarmi fuori dal treno attraverso il finestrino ed io non avrei opposto resistenza.
Fu una notte orribile.
L’ “amorevole occupante” entro’ ed usci’ più e più volte , apri’ e chiuse la valigia,  sali’ e discese la scaletta per il letto più in alto.  Credo che non lascio’ nulla di intentato per potermi descrivere in maniera cosi’ manifesta la sua strenua opposizione al mio sonno e, di conseguenza, a me.
Ora io mi chiedevo, al di là di tutto, cosa ci avessi visto di amorevole in quell’arpia vestita di normalità.
Forse mi era bastato il fatto che in quei pochi minuti di chiacchiere, prima di spegnere la luce, lei mi aveva chiesto del libro che avevo tirato fuori dalla borsa. Era un regalo di mia sorella, con una dedica che rimandava alla nostra passione comune per la lettura e per il mare.
Per un attimo aveva accomunato anche me e “l’altra occupante”. E niente più.
La mattina dopo lei discese dal treno, come previsto, un ‘ora prima di me, non risparmiandomi, neanche stavolta, il baccano e la sua sgraziata faciloneria nei gesti e nel parlare. No, non con me, col cuccettista col quale in una delle tante sortite fuori nel corridoio, evidentemente, aveva fatto amicizia.
Ebbe anche il coraggio di salutarmi. Forse, pensai, per essere sicura di avermi svegliato. Ma li’, come in un impeto che mi era mancato la sera prima e tutta la notte le dissi che era una maleducata e che mi aveva disturbato tutta la notte. Ed al suo schermirsi dietro al fatto di non aver avuto sonno tutta la notte, le dissi che in quel caso avrebbe dovuto prendere un posto a sedere e che, comunque era una questione di posto che si vuole avere nel mondo, nella vita e che lei, nel suo, quella volta, non  c’era stata.
Maleducata.
Da quel momento in poi, il gelo.
 Se lo avessi fatto prima, forse, mi avrebbe risparmiato la sua molesta “confidenza”.
Passarono dieci minuti sino all’arrivo a quella sua maledetta stazione.
Finalmente scese. Ed io, ormai sveglia, aprii la borsa per prendere il  mio libro. Che non c’era. Capii subito. Di scatto andai al finestrino, come per saltare giù dal treno e la vidi di spalle, l’amorevole occupante appassionata di lettura, con il mio libro nella mano sinistra.


lunedì 9 maggio 2011

Bridge

 Il Controllore mi sveglia:  “signorina, il biglietto”. Ed io, svegliata di soprassalto, mi ricordo dove sono e che ci faccio li’. Pago l’esiguo prezzo del biglietto per la tratta che mi porta in città.
Chiedo una penna alla mia vicina, probabilmente una studentessa, con lo zaino fra i piedi ed il riso infiorato di brufoli. Con gli occhi ed un’espressione del viso le prometto che gliela restituiro’. Le chiedo dove siamo e mi accorgo di aver dormito pochissimo, mentre a me sembravano cent’anni.
L’ubriachezza del sonno mi rende difficile guardare le persone intorno a me senza farmi scoprire. E’ l’occhiata sfuggente che mi consente di carpire i dettagli, i sogni, i pensieri. Invece ora è tutto rallentato e ovattato. Forse è il sonno. E’ la dimensione onirica di questo viaggio, di questa vita, che si sa dove inizia e dove, forse, finisce o finirà, ma che gira e rigira come in un labirinto di cui non si trova l’uscita.
E’ sempre lo stesso teatro, le maschere sono diverse ed io son sempre la stessa e gli altri cambiano, ma l’opera da mettere in scena è sempre la stessa. Ripetuta, ripetuta, ripetuta. Sempre più velocemente dai tizi più strani, saltimbanchi, che, salgono sul palcoscenico, dicono le loro battute e, dietro le quinte, ridono di me. Tutto è parossistico. Sono regista e attrice.
E il treno va, non riesco più a dormire. Va veloce, non si ferma più alle stazioni e il viaggio diventa infinito, come quel labirinto da cui non riesco più ad uscire.
Anche i passeggeri messi li’ apposta. Il signore che, davanti a me legge il giornale, un tipo con gli occhiali e con lo stuzzicadenti in bocca. E’ evidente: sta li’ per darmi fastidio, odio gli stuzzicadenti in bocca. E i quattro buzzurri che giocano a carte, alzano la voce, litigano sui punti. Odio giocare a carte. Qualsiasi tipo di gioco, lo odio. E sembrano farlo apposta.
Son li’ apposta per me. Sola, tra gli altri che, angosciosamente mi estraniano. E mi conferiscono la misura della mia sfiducia in me, negli altri, in tutto.
Anche il controllore, forse, mi ha svegliato di proposito, perché io dormivo, non c’ero, sognavo.
Stanno tutti fingendo dicendomi la verità.
La loro verità, cio’ che io sono per loro, una delle tante me stessa che appare in quel trenino che acquista velocità e che mi dice quel che io li’ sono.
Non riesco neanche a vedere il mare, cio’ che mi potrebbe salvare. L’orizzonte, un punto di riferimento. Non c’é. Sono sola, in mezzoai diversi, in mezzo agli attori, ma io non ho la maschera stavolta. Io sono Io. E guardo stupita questi fantasmi, questi non uomini, che esistono e non esistono, mi viene in mente che forse sono dei morti messi li’ per il mio disgusto. Nessuno mi guarda, nessuno mi parla. Allora è vero! Questa finta indifferenza li ha traditi, non ci sono veramente. Io li vedo, ma non esistono, sono attori.
Sono i personaggi di una crudele pantomima.
E tutto questo perché oggi non c’è il sole e perché non riesco a vedere il mare . Anzi a tratti lo scorgo se giro tutta la testa ed il collo. I raggi che filtrano non riescono ad illuminarlo ed a farlo brillare. La superficie  è increspata non da freschi venti lontani, ma da aria di stagno.
No, non lo guardo. E il trenino corre, corre, corre . Scivola, malfermo sui binari vecchi e arrugginiti e pattina come fosse sul ghiaccio.
Finché arriva in prossimità del ponte di ferro sopra il mare e sugli scogli su cui si infrange l’onda viva.
Il ponte, malmesso, non regge, pian piano si sbriciola al passaggio del trenino. E noi, loro già morti, ed io viva, cadiamo giù, nello sconnesso e sbilenco smontarsi del treno. Il treno cade nell’acqua e si riempie fino al soffitto. Cade il treno e cade il ponte. Tutti nell’acqua del mare più brutto dell’ultimo anno. Ed io, presuntuosa, che voglio morire prima dei morti.
Nell’acqua ghiacciata quello davanti a me legge ancora il giornale. La giovane, mi richiede indietro la penna e i buzzurri giocano a carte.
Ormai l’acqua ha superato la gola ed io con un unico gesto chiudo gli occhi e vado giù. Soffrire per la mancanza d’aria dura poco. Poi li guardo con la vista annebbiata. Ce l’ho fatta. Son morta prima dei morti.
http://youtu.be/Jy45x9RCjiw

venerdì 15 aprile 2011

AGRODOLCE

Mattoni rossi che sfrecciavano dal treno in corsa. Magazzini vuoti. Si lasciava l’ultima periferia urbana, e poi una campagna secca, fredda che svuotava il cuore.
Il vagone era stipato. Pendolari e studenti. Affollato e rumoroso. Le tante ragazzine ciarliere erano in piedi. Vestite tutte allo stesso modo, con lo zaino colorato e l’ipod. La fronte sfiorata dai brufoli ed i lineamenti ancora non pienamente da donna.
Cristina non invidiava quell’età. No, quante scelte dolorose, quanta acqua sotto ponti che stavano per crollarle addosso. Adesso aveva un lavoro di cui era soddisfatta, l’indipendenza da tutto e da tutti. La piena consapevolezza di sé e qualche cicatrice nel cuore.
Il chiacchiericcio dei ragazzi copriva i rumori dei treni, ormai familiari a pendolari, controllori e macchinisti.
Cantavano canzoni stonate le ragazze sedute davanti a Cristina, una in braccio all’altra, condividevano le cuffie e sicuramente tante altre cose a quell’età, come solo allora si puo’ fare.
Cristina pensava che ormai a trentacinque anni sei fiera di esser da sola, non condividere nulla, con nessuno. Pienamente capace di gestire la tua vita, il tuo lavoro, i tuoi amori. Se ce ne fosse stato uno a rimanere insieme a lei per più di una fugace conoscenza.
Tornava a casa Cristina. Era da un po’ che lavorava fuori ed ogni tanto, non spesso, a dir la verità, andava a trovare i suoi.
Il tizio accanto a lei, corpulento e malvestito leggeva un quotidiano verso cui occhieggiavano altre tre persone.
Questa si’ che è condivisione, penso’.
E le ciarliere accanto a lei continuavano a parlare, masticare gomme e ridacchiare.
Ad un tratto una di loro chiuse il finestrino. Era una giornata di sole e di caldo ed era sicura che di li’ a poco le sarebbe mancata l’aria.
Tutti quei giovani che sudavano, sudavano ormoni, come solo a quell’età si suda.
Cristina si girava a sinistra e vedeva il mare. Dall’altra parte le stazioni che accoglievano quelli che, sceso il gradino del treno, dismettevano i panni di viaggiatori.
Un ragazzo dal viso tondo e gli occhiali era intento al suo pc. Come Cristina non condivideva, si estraniava in un mondo solo suo, e decideva lui chi far entrare e chi no. Probabilmente nessuno.
E i ragazzi confusionari e cicaleccianti si muovevano avanti e indietro nei corridoi del treno.
I due tizi accanto a lei parlavano di cose d’ordine pratico, di svegliarsi alle sei la mattina e di tornare alle otto a casa. Quello che faceva Cristina, quello che le aveva regalato l’indipendenza, e forse l’incapacità di condividere anche la vita con qualcuno.
E il mare luccicava a sinistra.
In lontananza una nave da crociera. E più in qui, sotto la ferrovia, un piccolo porto turistico.
Proprio quello su cui aveva passeggiato anni fa con Marco.
Marco era un dipendente dell’azienda dove Cristina lavorava come assistente del direttore generale.
E’ li’ che si conobbero, lei, venuta dall’ufficio prestigioso al sesto piano, si reco’ all’Ufficio Stampa, tre piani più in giù, dove regnava il più caotico ed allegro disimpegno. La accolse una risma di fotocopie svolazzanti.
Anarchia totale. Le scrivanie appartenevano a tutti e a nessuno, i ruoli erano confusi, chiunque poteva rispondere al telefono e chiunque portare scatoli o altro in magazzino. La pausa pranzo, proprio su quelle scrivanie, si prolungava indefinitamente.
A dir la verità, pero’ il lavoro funzionava, secondo quel caotico ordine.
Cristina e Marco si notarono subito, occhi negli occhi.
Sin da subito. Le era sembrato il più intelligente, ed anche il più carino.
Ed infatti lo chiamo’ la sera stessa per comunicargli qualcosa di inutile riguardo al lavoro.
Il tipetto rilancio’ e le disse che, se per lei andava bene, si sarebbero potuti incontrare in un locale in centro per parlarne di persona.
Quello fu il primo ed ultimo giorno in cui  parlarono di lavoro. Nei giorni successivi si incontravano alla pausa pranzo, di sfuggita in ufficio, dopo il lavoro, tutte le sere.
Finché, in occasione di un ponte di vacanza, in piena primavera, Marco le chiese di passare un fine settimana con lui in un un bellissimo borgo marinaro.
Cristina non ci penso’ neanche un minuto. Disse di si. Senza badare al lavoro arretrato, a quello che avrebbe dovuto dire al capo, ed al fatto che era la prima volta nella sua vita che faceva una cosa del genere.
Ma non aveva saputo resistere all”agrodolce” di Marco, quello che emanava dalla pelle, a al suo <essere agrodolce>. Acre e pungente sulla lingua, ma con un “sottotesto” d’affetto, di baci e d’abbracci.
Il borgo si, trovava  a 100 Km dalla loro città, facile da raggiungere in treno. Un’ora e mezzo di sguardi e promesse e mani nelle mani, e promettenti carezze.
Gli occhi di Marco le accarezzavano i capelli e lei pensava che lui aveva un sorriso bellissimo.
Bellissima la loro piccola vacanza.  Strana, poco lussuosa e soprattutto decisa ed attuata solo dopo una settimana dal loro primo incontro.
Stavano in una pensioncina di fronte al porto turistico, con le finestre sempre aperte per far entrare l’aria del mare.
Il ristorante stava giù e per tre giorni cenarono sempre li’, sempre allo stesso tavolo all’angolo con la tovaglia a quadretti bianchi e verdi. Un ristorantino senza pretese, inondato dall’odore di fritto di paranza e di acqua di mare.
Ad un passo dal ristorante pochi metri di banchina e poi il porto con le barche grandi,le barche di quelli ricchi, che girano di giorno in pareo e di sera in giacca blu e cappello bianco.
Cristina e Marco cenavano mano nella mano, raccontandosi le loro vite, le loro stranezze soprattutto, il loro essere un po’ fuori dagli schemi.
Bé, questo in lui era subito evidente, bastava guardare come gestiva il suo ufficio. E lei, una creatura strana, adulta e bambina, seria e giocosa e molto, ma molto intelligente.
Dopocena passeggiavano sulla banchina a farsi inghiottire dal buio, parlando, ridendo, tra baci ed abbracci appassionati.
Tornavano in pensione, attenti a non far troppo rumore per le scale, ridacchiando come due compagni di scuola. Ubriachi.
E poi facevano l’amore fino all’alba.
Un incontro d’anime, di odori, di sapori, di strette e di carezze, di baci infiniti e morsi brucianti.
Uno scambio totale di corpi e menti. E poi, sfiniti,si addormentavano, abbracciati, come due lottatori.
Tornati a casa, dopo la vacanza di fuga e di amore e di fusione totale, Cristina ricevette un’importante offerta di lavoro che lei accetto’ immediatamente. La aspettava da tempo. Ando’ lontano e lui non l’accetto'. Non ce la fece a sopportare un amore a distanza, un amore dei fine settimana. E le loro strade si divisero, cosi’ velocemente come si erano intrecciate Lei non sa più cosa fa Marco, dov’è Marco.
Ma quando torna a casa, rivedendo dal treno il porticciolo e il ristorante, sente di nuovo addosso l’odore agrodolce di Marco.

venerdì 8 aprile 2011

LITANIA -esercizio di stile

La bizzosa famiglia accanto a me si agitava di gridi di bimbi. Due, uno più grande ed una piccina che avrà avuto neanche due anni.
Giocavano e ridevano nel rumore sferragliante che ci accompagnava, tutti, sulla littorina.
Un altro giorno di sole.
Di quelli che quando inizia cosi', qui da noi, a mezzogiorno non sai dove devi nasconderti.
La piccina aveva un sorriso felice e malizioso. Lui, il bambino, dell'età di circa sei anni, la prendeva in braccio grossolanamente, con movimenti sbilenchi, ma non la faceva cadere. La faceva ridere raccontandole storie di mostri e di draghi, facendole il solletico, come solo un drago sa fare.
La bimba correva ad accucciarsi tra le braccia di sua madre  e affondava il viso nel collo di lei.
Come é sempre uguale e spontaneo questo gesto di ricerca di sicurezza: l'odore di mamma. Forte, inconfondibile, inebriante. E' capace di tutto, dei miracoli perfino, di cantare una ninna,, di far passare una bua, di rasserenare giochi sfrenati.
La bambola, il tempo di scrivere queste due righe, e di girarmi verso di lei, già dormiva. Una manina si toccava il collo, per vezzo, come tanti  bambini che quando allattano al seno, occupano una mano ad "esplorare" la mamma: le toccano l'orecchio, il collo, le labbra e poi trasferiscono su di sé questo gesto ripetitivo, che dà sicurezza.Lo scandire del tempo e dell'affetto
L'altra manina stava abbandonata in posa plastica d'abbandono. Il suo corpo, sprofondato nel sonno, la sua anima, smettevano quasi di vivere, per lasciarsi contemplare meglio, piccola statua.
Mi ricordava le pose di quotidianità dei  morti di Pompei a cui ridiedero forma i calchi di gesso.
Era bella come la morte subitanea che ti lascia impresso l'ultimo attimo di vita.
E sua madre non la teneva stretta a sé come uno di quei piccoli fagottini da proteggere.
La teneva adagiata sul suo corpo come la Madonna che teneva Cristo morto tolto dalla Croce. Anche lei, in un atteggiamento di abbandono quasi totale, con le braccia abbandonate e semi aperte. Con lo sguardo fisso a guardare oltre le pareti del treno, a fissare l'infinito o il finito dei suoi pensieri.
Guardavo, dietro di loro, dal finestrino, il luccichio del mare, e mi piaceva pensare a questa "Madonna consolatrice" che viene portata in processione su una barca, che scivola sul mare piatto dei primi di settembre.
Il bimbo restava ora immobile, ogni tanto chiedeva l'orario. La madre, stancamente, gli ripeteva l'orario d'arrivo.
Questa donna era una litania d'amore e di certezze.
Lo stesso calmo tono del suo odore di mamma aveva fatto addormentare i suoi figli.
Il treno si fermo', si attese per farne passare un altro. E due "contenitori" di vite si sfiorano. Chissà se nell'altro treno c'erano altre mamme in pose caravaggesche da celebrare.
La bambina dormiva ancora, le stazioni passavano veloci, e lei, sua madre, le dedicava ogni tanto uno sguardo d'amore, fatto di quotidianità e di certezze. Di ripetizione, sempre, degli stessi rituali.
I bambini sono circondati, accerchiati da questo.
Anche Bruno, il figlio più grande ne era l'esempio. Pur annoiandosi, tranquillo ascoltava le rassicurazioni sull'orario d'arrivo che la madre, ripetitivamente gli sussurrava, senza mai stancarsi.
E lui si zittiva, perché sapeva che era cosi'. Perché bastavano gli sguardi e lui capiva che sua madre gli aveva detto la verità. Che mancava poco. E allora lui si dilettava in gliochi di parole. Ripeteva meccanicamente l'alfabeto.
Aveva imparato, lui solo, una litania di certezza, per str buono, per sapere che era tutto sotto controolo. Imitava sua madre.
Ogni tanto dimostrava segni d'impazienza, ma lei, sua madre, lo carezzava con gli occhi, come accarezzava la piccola in braccio in posa scomposta.
Il treno stava ormai per arrivare. Bruno, madre e sorella sarebbero scesi ed incontro al loro destino, avrebbero avuto la certezza della ripetizione continua delle parole, dei sentimenti, delle litanie che portano pace nel cuore e forza nell'animo.

mercoledì 6 aprile 2011

ZIBIBBO

Il piccolo treno ad uno scompartimento fermava a tutte le stazioni.
Scomodo, il viaggiatore risentiva dello stridere dei freni e dell’altalenante loro andirivieni. La testa faceva avanti e indietro ad ogni fermata.
“Oh maledetto trenino!” penso la ragazza seduta vicino al finestrino, dalla parte del mare che leggeva un libro curioso e appetitoso: “ Zibibbo”.
L’uva dolcissima e bianca, quella con cui si fa il vino, ma anche quella che Rosa, che stava seduta di fronte, aveva mangiato mille e una volta alla tavola di nonno Peppino che ne andava ghiotto anche lui.
Nonno Peppino, come la maggior parte degli uomini classe 1915, sentiva fortemente la “sacralita’” del desinare, nell’ambito della famiglia e dei parenti.
C’era una bella differenza tra chi era ammesso alla sua tavola e chi no.
Ovviamente il non poter sedere a tavola con lui presupponeva gravi mancanze di rispetto (certamente nei suoi confronti) come i mancati auguri per il suo compleanno, il non ricevere, lui per primo, l’arancia più dolce, il non aver minestrato il primo piatto, o cose cosi’.
Insomma era un uomo classe 1915.
  I pensieri su nonno Peppino ogni tanto venivano bruscamente interrotti dal fragoroso sbattere, chiudersi e aprirsi e poi richiudersi della porta dello scompartimento, evidentemente rotta.
Questo forzato ritornare alla realtà distraeva Rosa che guardava di nuovo fuori dal finestrino. Guardava il mare luccicante di quando è quasi mezzogiorno. Un mare che sembrava sconfinato, piatto, azzurro che prometteva mondi lontani, e avventure e gente e vite diverse.
Bé, Rosa le vite diverse le viveva spesso, perché faceva l’attrice. Lavoro che poi lavoro non era, era più che altro una passione, coltivata, in fondo, proprio per questo, per interpretare tante sé stessa, quante ne aveva voglia lei, per avere il “passaporto” di esser lasciata essere sé; tutto cio’ che lei era o che doveva interpretare: la tenerezza, la furia, l’entusiasmo e l’indifferenza. Senza amputazioni o mutilazioni.
Per lei non era difficile o facile fare l’attrice, per recitare doveva solo trovare dentro sé stessa le tante verità che le convivevano dentro e farle uscire fuori.
Come quando sedeva alla tavola di nonno Peppino: lei era sempre degna del posto accanto a lui, come tutti gli altri nipoti, a dir la verità.
Perché un uomo classe 1915 con i nipoti si addolcisce più dell’arancia più dolce che trova nell’aranceto.
Di nuovo la porta.
Un sussulto di tutti. E di nuovo gli occhi vanno alla ragazza bionda che legge “zibibbo”.
“Ma che ci sarà scritto mai…” si chiedeva Rosa, troppo curiosa per natura, “forse le tecniche di coltivazione della vigna”, ma non sembrava un libro specialistico, non riusciva neanche a scorgerne l’autore.
Galleria.
Luci rotte.
Il buio concilia i pensieri che si susseguono, si accavallano e tornano a nonno Peppino. Spentosi come aveva vissuto, con stoica sopportazione della vita, era la vita stessa che aveva un debito con lui, e forse più d’uno.
Di nuovo la porta, stavolta fragorosa e maleducata.
E gli occhi di Rosa di nuovo sul libro.
E sui ricordi. Quanta uva zibibbo aveva mangiato con nonno Peppino, chili, forse quintali.
E lui ci metteva anche il suo mezzo bicchiere di vino, rigorosamente dolce, con qualsiasi pietanza.
 Un uomo classe 1915 che non se ne intendeva molto di vini.
Addolciva tutto per addolcire la vita, forse?
Rosa non voleva ricordare i fatti tristi, perché lui non lo era, era una colonna e sorrideva, scherzava e andava fiero di come – almeno in questo- la natura fosse stata benevola: un uomo classe 1915 che dimostrava almeno 15 anni di meno.
E ne andava fiero, eh si, se ne andava fiero: fisico scattante e mente lucida. Che sia stato tutto quel dolce che mangiava?
Il treno si ferma. Un guasto forse.
E i pensieri pure. Si aspetta.
E poi il controllore con indifferenza annuncia i gentili viaggiatori che i tecnici sarebbero arrivati chissà quando e chissà da dove, che potevano gentilmente scendere, insomma, perché il treno non si ripara.
Rosa è sconsolata, ma è rassegnata, va tutto cosi’, e poi, ultimamente interpreta una donna che sta facendo pace con la vita.
Ormai è l’ora di pranzo, ma nella stazione è tutto chiuso.
Si siede e aspetta, non sa cosa.
Rimane cosi’, un po’ guardandosi intorno. Non passa nessuno. Né treni, né cristiani, neanche un cane.
Ad un tratto, pero’, attraversa l’unico binario col cuore pieno di sorpresa ed incredula tenerezza.
Dalla parte del mare, un vigneto d’uva bianca raggiungibile a piedi.
Cosi’ Rosa l’attrice, stanca e affamata, pranza ancora una volta alla tavola di nonno Peppino classe 1915, con un grappolo d’uva zibibbo e con gli occhi pieni di lacrime.

QUELLO CHE HO PERSO

Il treno che ho perso la mattina del 29 novembre 2009 mi segno’ la vita per sempre. Non so se in bene o in male, perché i bivii sono tali proprio perché imbocchi una strada e non saprai mai dove ti avrebbe portato quella che non hai scelto.
Il problema fondamentale, pero’, è che io non avevo “scelto” di perdere il treno. E’ capitato.
E non credo nel destino, nelle strade già segnate, nei disegni divini.
 Semmai credo negli orologi, quello si, e nei ritardi, ed in una bambina che ti fa perder tempo.
Si, mia figlia Federica, che quella mattina non voleva proprio sbrigarsi.
Federica è una bambina di 6 anni, brunetta, con la frangia, fisico minuto, come il mio, occhi scurissimi e vispi, risposta sempre pronta quasi a rasentare l’impertinenza.
 Anzi, no è proprio impertinente, e se lo dico io che sono sua madre è vero.
Fede frequenta la prima elementare con grande profitto: sono orgogliosa di lei, è originale, intelligentissima, sensibile –anche troppo, e spesso parla da sola.
Non lo considero un problema, non ha fratelli, non ha padre, ed è un vulcano, credo sia quasi normale parlare da soli in questi casi.
Ma ha 6 anni e non ha il benché minimo concetto del tempo.
E, infatti, abbiamo perso il treno.
Pur avendo svegliato Federica all’ora giusta, lei, a pochi minuti dall’uscita da casa, cincischiava con i suoi piccoli giocattoli, libri, peluches.
Ma è normale, è una bambina. Ed è la mia vita.
Specie da quando suo padre se ne è andato: doveva vivere la vita, mi ha detto. Boh? Ma quale vita? La sua vita era Federica, ormai, come lo era per me.
Lui girava il mondo, ogni tanto tornava con un regalo esotico e nulla più.
Federica lo amava lo stesso, come il pulcino che, quando esce fuori dal guscio segue chiunque si trovi li’ nei paraggi.
Federica avrebbe potuto amare un gatto o un cane, o venerare un Caravaggio se glielo avessi messo dinanzi alla culla. Se lo avessi avuto, beninteso.
E quello era un altro treno che avevo perso, non perché avevo fatto ritardo, ma perché era proprio partito senza aspettare nessuno, di notte, come i ladri, come i vigliacchi.
Lasciandomi sola con Federica.
Il treno era perso, quello vero intendo, quello che sta sui binari e non si muove, basta salirci sopra e ti porta dove vuoi andare. Che sicurezza. I binari. Non si spostano. Paralleli. Ben conficcati nel terreno. Anche in galleria. Non c’è paura.
La paura che la nostra vita potesse deragliare dopo quell’abbandono. E invece no. Io e Fede siamo rimaste sui binari.
Ma quella volta, capperi, l’avevamo perso.
Come io avevo perso la memoria delle cose belle, chissà se anche Federica, cosi’ piccola, non ricordava più le cose belle della nostra vita ante-vigliacco.
Perdere la memoria è una cosa brutta e umiliante per sé stessi.
Il medico mi aveva detto che era lo stress del momento. Ma io mi sentivo indifesa e maledettamente perdente.
Pure questo mi aveva lasciato il treno vigliacco che se ne era andato lasciandomi sola sulla banchina con la bambina in braccio?
I miei pensieri viaggiavano spesso a come sarebbe stato se, come avrei fatto se…ma solo una cosa è vera: è il treno che ha deciso di andarsene. Punto.
Ed ecco un altro treno che va via, ma stavolta è colpa nostra. Abbiamo fatto ritardo.
Dal medico, pero’, ci dovevamo andare comunque. Avevamo un appuntamento per la visita di Federica.
La bambina soffriva di sincopi, sveniva, cosi’, all’improvviso, senza un perché.
Altra fonte di preoccupazione.
Le cose che accadono senza un perché faccio difficoltà ad accettarle, perché ho l’ansia del controllo. Specialmente su di lei.
So che è una cosa sbagliatissima. So che potrei non farla crescere serenamente.
Ma quando lei sviene mi sembra di morire. Vorrei morire pur di non vederla cosi’.
Il treno è partito senza di noi, quello della tranquillità.
Comunque dal medico bisogna andare, per forza.
Alla stazione, con Federica per mano, vestita di un cappottino rosso ed un cappello bianco di lana con un vanitoso fiore sulla fronte, cercavo qualcosa, qualcuno per risolvere la situazione.
Uscimmo fuori dalla stazione, nella Piazza, per informarci del tragitto degli autobus.
Niente, nessuno sapeva niente.
Nessuno sa mai niente!!
Glielo devi spiegare tu cosa hai perso, quel treno, cioè, che cosa significava per te, e che ne devi prendere assolutamente un altro.
Federica era stanca, la misi a sedere su una panchina, mentre io mi affannavo a cercare una soluzione e, soprattutto ad avvertire il medico che avremmo fatto ritardo. Di aspettarci.
Come era importante che ci avrebbe aspettato!
Il prossimo appuntamento sarebbe stato troppo lontano nel tempo.
A volte ti senti pronta alle prove che la vita ti riserva, ma ci arrivi in ritardo.
Come il treno che non ti aspetta.
Dopo aver cercato, inutilmente una soluzione, mi avvicino a Federica, per controllarla.
Lei, come dovevo aspettarmi, chiacchierava con un ragazzo.
Troppo socievole, pensavo, beandomi, pero’ di questa figlia ai miei occhi eccezionale.
Lei, uno scricciolo di 6 anni, da poco al mondo, e sicuramente senza punti cardinali, né bussola, mi “presenta” un tizio che, a ben vedere, aveva tutta l’aria di un viso conosciuto.
Lei mi dice: “Mamma, lui ha la macchina!”
Ed io, prendendola per mano e tirandola a me: “Federica, lascia stare il signore!”
Il signore in questione era un mio ex compagno di scuola che mi dice “come, non ti ricordi di me?”.
Maledetto treno che ti sei portato via la mia memoria.
Rifatte le presentazioni di rito, quest’angelo, venuto chissà perché, come, e da dove, si offre di accompagnarci.
Di solito non accetto passaggi da persone sconosciute, ma visto che in effetti, anche se io l’avevo cancellato dalla mia mente, non era sconosciuto, era un mio compagno di scuola – salito sul treno dell’oblio – accettai con piacere.
Federica era al settimo cielo, non perché volesse andare dal medico, ma perché aveva gestito l’operazione “trovare il passaggio” in maniera efficiente.
Il nostro “salvatore” si chiamava Roberto.
Belloccio, pensai, deve essere cambiato molto dai tempi della scuola.
 Alto, con i capelli castani e gli occhi dolci. Mani grandi che danno sicurezza, come i binari del treno. Oggi era lui il nostro treno.
Era distinto, gentile, attento, quasi un uomo “d’altri tempi”.
Apri’ lo sportello della macchina a Fede, che si senti’ come la reginetta che va al ballo delle debuttanti, e lo apri’ anche a me, che fui discretamente colpita da tanta galanteria.
Ah, pero’, pensai. Ma questo qui non è uno che si dimentica facilmente. E partimmo.
Io durante il viaggio non feci altro che ringraziarlo con profusione di scuse e promesse di rimborsi e simili stupidaggini che in quel momento di imbarazzo, ma di gratitudine riuscivo a pronunciare.
Lui mi ascoltava e dava poco conto ai miei tentativi, molto goffi, di ricambiare in qualche modo la sua gentilezza.
Era Federica che lo incuriosiva e divertiva, sin da quando si erano conosciuti sulla panchina. Ed avevano iniziato a raccontare una favola o un gioco…
Roberto le aveva detto di essere un Supereroe.
Figurarsi quel diavolo di bambina, come poteva aver acchiappato al volo la possibilità di volare con la fantasia.
Lei gli faceva mille domande. E lui paziente, divertito e, devo dire fantasioso, rispondeva con la prontezza di uno che Supereroe lo è veramente.
Le raccontava di non aver paura della “criptonite”, di non aver paura di nulla o quasi.
Certo, del terremoto si, Federica, anche dei rapinatori, Federica.
E della tristezza, e della malinconia.
E, allora, chiese lei: “Che Supereroe sei?”.
 “Un Supereroe senza poteri” rispose Roberto candidamente.
Fede resto’ per un attimo basita. Ma poi, questa scoperta, cioè che potessero esistere i supereroi senza poteri l’aveva incuriosita ancor di più.
E poi lui era simpatico, divertente e le raccontava le storie di questo Supereroe un po’ goffo e sbilenco che viveva una vita normale, normalissima, ma fatta di tanti “salvataggi”, come il nostro, e di sorrisi.
Perché un Supereroe deve saper sorridere.
E se ti vede alla Stazione, Fede, tu sola con la tua mamma, ti prende con la sua super macchina e ti porta subito dal medico.
Ma questo non è un Supereroe, Roberto! Fa Federica, con l’aria di chi la sa lunga.
 E invece si, dico io, anche se non ha i poteri Roberto è un Supereroe.
Roberto ci accompagno’ dal medico e aspetto’ li’ che Federica venisse visitata.
Io non credo nel destino, nelle strade già segnate, negli incontri predestinati. Credo come dicevo, negli orologi ed ora anche nei treni.
In quei treni che ti aspettano, che non vanno via come vigliacchi nella notte, nonostante le lancette che girano.
Adesso io, Roberto e Federica viviamo insieme da un anno.
Federica non parla più da sola e sembra serena, io sono felice perché ho trovato il mio Supereroe senza poteri, e viaggiamo spesso. In treno.